ALÌ BOMA YE: Il Pugno della retorica
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ALÌ BOMA YE: Il Pugno della retorica

Il 3 giugno scorso ci lasciava a Phoenix nell’Arizona Muhammad Alì nato Cassius Marcellus Clay. Morto dopo 74 anni di cui 34 passati a combattere il morbo di parkinson.

Partito dalla sua natia Louisville per conquistare il mondo, era splendidamente riuscito a nascondere doti oratorie fuori dal comune, sommate ad una obbligata scelta politica dietro pettorali e guanti sapienti, arrivando a tratti a far accorgere che il pugilato era probabilmente il suo talento minore.

Da bambino marinava spesso la scuola preferendo trascorrere giornate ad arrampicarsi sugli alberi piuttosto che a scuola in mezzo a tanti condannati a l’omologazione che genera apprendisti stregoni, convinti di diventare sapientoni. 

Ai geni non serve l’istruzione convenzionale. Lo sapeva Einstein. Alì era già un monumentale adolescente dal sorriso facile quando con il fisico gracile cercava la sua strada tra sudore e pugni destinati a portarlo lontano dal nome Cassius. 

Andai a coricarmi tardi la notte del 3 giugno dopo aver di nuovo sfogliato “il Mio Alì” libro di Gianni Minà pubblicato nel 2014 intorno al quale avevamo intavolato una discussione online con degli amici a cui dissi di aver incontrato una delle spose del leggendario pugile. Nel libro il giornalista appassionato fa capire perché Alì è lo sportivo più interessante di tutti i tempi…

La mattina seguente decisi di contattare un’altro esperto, il quale non mi nascose il suo diverso suono di campana. Alcune persone non si stancheranno di voler vedere i disgraziati picchiarsi senza rancore né motivo valido, il tutto solo per saziare il loro istinto di superiorità nei confronti dei dannati che come unica alternativa hanno quella di divertire gli abbienti eliminandosi gli uni gli altri a suon du muscoli. Alì non gli piaceva perché era chiacchierone. Si ha facile tendenza a voler confinare chi proviene da certe estrazioni sociali nell’identikit di ineducabile bruto, apparentemente per giustificare ciò che degli ultimi si pensa.

In Alì, infastidisce sopratutto il politico. Paradossalmente, proprio in questo risiede il suo fascino. Ha saputo trasformare uno sport violento ma nobile comme la boxe in opportunità, in letteratura, poesia, danza e sopratutto messaggio politico con predica pungente. Ciò rese accademismo il suo “analfabetismo”. In realtà era solo non letterato nel senso convenzionale. La sfortuna di Alì è di aver avuto del talento sportivo. Altrimenti sarebbe stato un brillante intellettuale capace e colpevole come tanti rivoluzionari di concorrere magistralmente al pedigree e all’evoluzione dei Diritti Umani… Muhammad Alì lo dice sùbito in maniera prorompente agli esordi: “La boxe è tanti uomini bianchi che guardano due neri mentre se ne danno di santa ragione…”

Distruggere il suo avversario era parte di uno schema di comunicazione folgorante che toglieva al malcapitato di turno anche la fiducia in sé e ogni messaggio che Muhammad Alì mandava a avversari del ring e giornalisti rivestiva una eleganza convincente poiché in seguito metteva d’accordo tutti, dimostrando che aveva ragione lui. Immagino quanto serio, seriamente frustrante ma istruttivo possa essere stato per un avversario sentirsi dire “sei lento, picchi peggio d’una femmina… Non mi fai male” prima di essere messo KO.

Questo sport da brutti, bruti, brutali e prepotenti, Alì ne fa un salone d’esposizione di opere d’arte per un motivo, ma con abnegazione e metodo. Non era un gioco. Provate voi a farlo e comprenderete quanto dispendioso può essere danzare, parlare, fare a pugni, e anticipare le mosse dell’avversario tutto in concomitanza e in maniera coordinata. Non era solo strategia. Alì è stato un pioniere e da allora si consiglia ai grandi comunicatori l’allenamento occasionale in palestra con l’ausilio di guanti da boxe, magari prendendo a botte un sacco. Un caso di scuola Muhammad. La sua raffinata eleganza fece degli emuli come Sugar Ray Leonard o il Camerunese Jean marie Emébé. Dopo il suo passaggio in Africa, la boxe diventa uno sport di riferimento come raconta l’ex pugile Italiano di origine congolese Patrizio Kalambay. Lo stile di Alì faceva parte di un programma di allenamento psico-fisico eseguito con l’ossessione della perfezione. Alì era uno stacanovista che rispettava avversari e doveri. “Detestavo ogni minuto d’allenamento, ma mi dicevo, non abbandonare, soffri ora e vivi il resto della tua vita come un campione”… L’attuale idolo Floyd Maywheater non ne è nemmeno lontano parente in quanto a tecnica e personalità.

Alì danzava ma sapeva che i Neri non si battevano per lasciare il retro dell’autobus con lo scopo di mandare i figli in giro a testa bassa o direttamente al cimitero. Faceva il pugile più per professione che per passione e vi aggiungeva del divertimento. Ogni pezzo pregevole del suo eloquio, ognuno dei suoi sofismi era dunque un messaggio all’establishment bianco della società razzializzata e radicalizzata sulla quale ogni suo pugno pesava come un macigno, almeno tanto quanto tagliente era la sua lingua. Prima di battere Joe Frazier in uno dei 3 incontri che li videro l’uno di fronte all’altro, gli chiese “What’s my name Joe frazier?” (come mi chiamo?) Il suo nome ce lo ricorderemo: The Greatest. Il Più grande.

“I am The greatest”. Alì afferma che lo disse prima ancora di saperlo. L’aveva predetto ma lui era imprevedibile. Lo sapeva e se ne pregiava. Chi aveva previsto che partendo dalla sua vittoria olimpica nella categoria dei medio-massimi a Roma nel 1960 avrebbe optato per una carriera professionistica che viveva internamente come percorso di redenzione per tutta una comunità? La sua razza portata nei guanti e sulle labbra con classe e sempre con la voglia di lasciare evidenti tracce volando sulle ali dell’orgoglio che altri leggevano come arroganza…

Per punteggiare la vittoria dell’oro olimpico nel nome del paese in cui credeva ancora, si annunciò agli occhi del mondo con il suo stile: “Fare dell’America la più grande delle nazioni è il mio scopo, quindi sconfiggo i Russi e sconfiggo i Polacchi. E per gli Stati  Uniti vinco la medaglia d’oro. I Greci dicevano sei meglio del vecchio Cassius”… Frasi geniali che hanno l’effetto di un Freestyle Rap di cui si segnalò come antesignano, regalando alla storia pezzi degni di riconoscimenti come i grammies. Le sue rime sembrano dire: “quando bisogna combattere, il nostro lato migliore viene fuori e ci consente di non arrancare, trasformando erbacce in fiori”. Non Voleva piacere. Piaceva perché era convincente.

Il destino del suo popolo gli parla quando a 22 anni opta per un cambiamento radicale e diventa membro della Nation Of Islam, movimento indipendentista radicale degli Afroamericani guidato da Alijah Muhammad. Ebbe un clamoroso impatto sulla lotta per i diritti civili, quella stessa lotta che porterà al pantheon oltre la morte icone come Malcolm X il suo amico e il pastore Martin Luther King Jr. Alì sa che la storia ha bisogno di lui, si dice pronto e risponde presente anche contro la gloria, nel nome della giustizia. Quella medaglia con la quale torna da Roma, non la vuole. Porta le stigmate dell’ineguaglianza coltivata durante secoli e parla del rispetto che non otterrà nemmeno difendendo una nazione che lo disprezza.

È da arguto provocatore che fa ingresso come un eroe in un ristorante dove i Neri non erano ammessi. Non era il benvenuto nemmeno chi di loro aveva conquistato vittorie per tutti. Un eccellente film uscito questi giorni sulla vita di Jesse Owens raconta la stessa insopportabile realtà trasportandoci nella tristezza di chi fece infuriare hitler per poi farsi rigettare nel paese di cui difendeva i colori.

“Cassius Clay è un nome da schiavo. Non l’ho scelto, non l’ho voluto. Sono Muhammad Alì, un nome libero e insisto perché la gente lo usi quando mi parla e quando parla di me.” Ciò che ne consegue è tutto a favore di Muhammad Alì, e egli sa che la sua influenza andrà a collocarsi lucente e potente nella simpatia del mondo. Il suo accanimento va crescendo e mentre a casa sua lo si distrugge, egli si costruisce fuori dall’incertezza radicalizzata con l’imperativo di trovare delle certezze per tanti. È un processo politico che raccoglie consensi.

Nel 1964, passa sopra l’imbattibile Sonny Liston per arrogarsi il titolo di campione del mondo dei pesi massimi. Era un anno dopo l’arresto d’un altro attivista per i diritti dei Neri con un passato da pugile dilettante. Fu arrestato per gli stessi motivi cominciando così la detenzione politica più lunga di sempre. Era un certo Nelson Mandela, gran virtuoso della retorica che aveva per peccato di essere Nero ma anche un cuore di vincitore. Aveva perfezionato la sua arte con la nobile disciplina della boxe.

Eppure, nel 1967 il suo paese avrebbe ritirato ad Alì il suo diritto di combattere come pugile. Poco male: “non vi è alcun piacere in un combattimento, ma alcuni dei miei combattimenti sono stati piacevoli da vincere.”  Come Bob Marley, rifiutò nel 1966 di prendere le armi per andare in Vietnam a massacrare degli innocenti nel nome delle supremazia di chi non lesina a dimostrare che non avrà mai rispetto per la sua gente.

Allora aveva rilasciato la sua dichiarazione più forte: « Non ho problemi con i Vietcong. I Vietcong sono degli Asiatici Neri. Non voglio avere da combattere contro dei Neri. Perché chiedermi di indossare una divisa per andare ad oltre 16.000 chilometri da casa a sparare bombe e pallottole su della gente dalla pelle scura nel Vietnam quando i cosiddetti Negros a Louisville sono trattati come dei cani e non gli è riconosciuto nemmeno un semplice diritto umano? No. Non andrò a 16.000 chilometri da qui per aiutare ad uccidere un’altra povera nazione semplicemente nell’intento di perpetrare la dominazione schiavistica dei bianchi sulla gente dalla pelle più scura del mondo intero…»

Un anno dopo dunque nel 1967, Alì ribadisce i suoi propositi durante una manifestazione contro la guerra in Vietnam a Chicago:

Sul ring, c’è un arbitro per fermare il combattimento se un pugile rischia troppe ferite. La boxe non ha nulla a che vedere con la guerra e le sue mitragliatrici, i suoi bazooka, le sue bombe a mano e i suoi bombardieri. »

Per queste dichiarazioni antimilitariste in un paese amministrato dal democratico presidente Lyndon Johnson, vice e amico di Kennedy e dunque amico dei Neri, un paese che vive di guerre disastrose ai danni della sua popolazione falsamente felice, Alì il pilastro della contro-cultura sfugge alla galera ma viene sospeso dal ring. Gli viene ritirato il suo passaporto e non può viaggiare all’estero per onorare i redditizi contratti sottoscritti in Europa come in Africa

Eppure gli rimane sufficiente orgoglio per pronunciare la sua personale sentenza parlando del governo: “hanno fatto ciò che ritenevano giusto e io ho fatto ciò che ritenevo giusto”. Durante quei anni bui per i fans della boxe ma non per lui, il suo attivismo politico prende il sopravvento sul suo carisma sportivo e il suo charme artistico. Segue un destino che ha contribuito a costruire e al quale rinunciare risulterebbe più pesante: “La Boxe non mi manca ma i soldi forse. Quando voglio boxare vado in palestra”.

Ormai, aveva completamente abbracciato la lotta e frequentava sempre più icone e personaggi controversi senza visibile concessione a chi se ne sarebbe detto indignato. Il suo anticonformismo arricchisce le sue convinzioni al fianco di tanti altri che sono ognuno a modo suo un Freedom-fighter…

Diffonde anche una dottrina che il potere bianco cerca di demonizzare etichettandolo come socialista o anche pericoloso comunista. Il suo concetto d’uguaglianza è chiaro e descritto in un esempio conciso: «Se sono povero perché mi hai sfruttato, non puoi dire che siamo uguali e basta. Perché noi lo possiamo davvero diventare, se hai due paia di scarpe e io nessun paio, vuol dire che me ne devi uno!»

Era un politico e no… Non poteva piacere!

Il discusso, ma già potentissimo manager Nero della boxe, Donald “Don” King, voleva depauperizzare uno sport fonte di grassi introiti avvicinando i Neri a questa macchina da business per contribuire alla loro emancipazione. In politica, l’aspirazione era condivisa da Malcolm X, Nelson Mandela, Kwame N’Krumah, Martin Luther King Jr od anche Mobutu Sese Seko. Delle persone appena menzionate, il primo e l’ultimo metteranno su piedi l’evento da sogno che assurgeva a propaganda favorevole ai Neri del pianeta con l’unione come obiettivo.

Sette anni dopo la sua sospensione, il magnifico fisico di Alì fa sgambetto e marameo all’ironia immobile di una America che lentamente si faceva harakiri. Le emozionanti pellicole in bianco e nero riportano all’attenzione questa lotta comunitaria sul ring e sul campo del match del secolo per una pagina memorabile nella storia della lotta planetaria per la dignità.

Si riparte da dove tutto era cominciato e dove la fine era cominciata anche per l’Africa mentre la decolonizzazione prometteva piuttosto un inizio chiamato onore: il Congo, o perlomeno ciò che ne rimaneva, ciò che era diventato dopo l’’assassinio di Lumumba che segnò l’inizio delle disgrazie dell’Africa contemporanea. Unico posto degno dove tutto questo era possibile: casa, l’Africa.

Il viaggio nato per essere breve e concentrato sul combattimento conosce dei disguidi notevoli nei suoi meccanismi. Il soggiorno ne risente e si prolunga. Il destino strizzava di nuovo l’occhio al sogno. Nel documentario “When We Were Kings” uscito 22 anni dopo in omaggio allo splendore perso dell’Africa, è palese che buon numero dei partecipanti alla trasferta sopratutto Afro-Americani non sapevano nemmeno che lo Zaire (Nome che nel frattempo aveva assunto il Congo Belga) non era una compagnia aerea (“Zee-Air”) ma un paese, una nazione.

Alì ne approfitta per diventare esploratore e professore al contempo. Sapeva che il suo popolo necessitava di conoscenza. Si allena percorrendo la città. Si mischia e va incontro a tutti.  Presta orecchio per ascoltare i problemi della gente. Non trascura il suo lato bellezza e seduzione e fa visita ai barbieri dei quartieri per curare il suo look. Grazie ad Alì si viene a sapere che i sottostimati Africani pilotavano maggior parte degli aerei con cui le troupe si spostavano nello sconfinato paese. Si emoziona al cospetto di intellettuali Africani, ministri e artisti, cosa che infastidisce chi altro non si aspettava che strani esseri umani nudi dalla pelle sconvolgentemente scura che corrono sotto giganteschi alberi.

Fa ahimè anche scoprire l’inatteso. Il presidente dello Zaire, molto rivoluzionario panafricano Mobuto Sese Seko amico di Bush che lavorava per la CIA e in futuro sarebbe diventato presidente è in effetti un dittatore sanguinario. Nello Stadio del XX Maggio dove era programmato l’incontro, i sotterranei nascondevano una prigione fatta ripulire massacrando i detenuti. Nell’aria si sentiva ancora odore di sangue umano e carni in decomposizione. Il match dovette attendere anche per questa ragione.

Bisogna stare al gioco e portare il programma al termine in onore dell’Africa e dei Neri. Alì è tanto più sostenuto dagli Zairesi quanto il suo avversario George Foreman si fa detestare. Era sbarcato con un pastore tedesco, il che riportò in mente l’esercito belga ed i suoi orrori nel paese. Inoltre, Foreman si isolava e non voleva mischiarsi. Allora, se l’era cercata. La gente si augurava la sua Sconfitta. Uno slogan era nato per lui, contro di lui. Quando Alì girava per i quartieri, la gente gli gridava a mo’ di ammonimento per Foreman e di raccomandazione: “AlÌ BOMA YE”, ALì ammazzalo. Alì viene adottato dall’Africa e lascia un ricordo talmente forte che

i fan di tennis contemporaneo trovano una notevole somiglianza tra il campione e Joe Wilfried Tsonga, originario dell’altro Congo.

Solo che, i giorni passavano e le risorse venivano meno, roba che non facilitava la preparazione. Si dice che la moglie di Muhammad Alì cominciò a dubitare e gli chiese di rinunciare, tanto avrebbe perso. Non stava bene.

Sapendo che Alì non aveva disputato un incontro serio in 7 anni e consapevole di quanto la preparazione di fortuna fosse deleteria per il suo fisico debilitato, il commentatore Howard Cosell gli fece un appunto provocatorio dicendo : “sai bene che non sei più lo stesso di 10 anni fa”. Mai assist fu servito così opportunamente. L’impeccable e incomparabile Alì replicò con “… Tu dici che non sono più lo stesso di 10 anni fa. Ebbene, sappi ce ho parlato con tua moglie e mi ha confessato che non sei più lo stesso di 2 anni fa”…

Poi Alì chiosò con uno dei suoi slam di galvanizzazione più memorabili con cui si distingueva durante le interviste e prima degli incontri:

“Ho fatto a botte con degli alligatori

Le ho suonate ad una balena

Ho ammanettato la luce

Ho sbattuto in galera i tuoni

Oh che lo sai quanto sono cattivo

molto cattivo

Proprio l’altra settimana

ho ammazzato una roccia

Ho ferito una pietra e ricoverato in ospedale un mattone

Sono talmente cattivo che ho fatto ammalare la medicina ”

Il seguito lo conosciamo. Lascia l’Africa dopo aver inflitto a George Foreman una lezione in 8 round. Il tutto ballando. Da buon mattatore, manda al tappeto il giovane colosso a suon di «Aaaaalì Boma Yé» che il pubblico riprende in coro scandendo per accompagnarlo. Alì vince l’incontro del secolo stabilendo un nuovo record: 11 pugni in 10 secondo. Come previsto e predetto, aveva vinto il suo “Rumble in the Jungle”, il suo tuonante rombo nella giungla. Da quel giorno, diventa amico fraterno con lo sconfitto George Foreman. L’indomani della morte, questi disse affranto: “Alì era tutto ciò che volevo essere, alto, bello, elegante, brillante, poetico, senza tumefazioni sul viso. Tutto ciò che uno sportivo deve essere”

Fedele al suo dovere d’istruttore divulgatore, Alì dirà di quel viaggio una volta a casa negli Stati Uniti: «in Africa, ho incontrato dei Neri più intelligenti e colti di maggior parte di noi qui e mi chiedo perché qui tutto ciò non è possibile…»

Danzerà, ballerà ispirando anche John Travolta che lo invita in pista ad una delle cerimonie di lancio del mitico Film Saturday Night Fever, la febbre del sabato sera nel quale Travolta figura crome emerito ballerino. Alì non accetta i secondi ruoli. Vuole dimostrare di essere il migliore anche in quel campo. Ho ancora in memoria una pagina strappata da una rivista che mi fece sorridere un pomeriggio lontano, nel Camerun della mia infanzia.

Alì era il migliore che ha conservato per noi il meglio durante 22 anni. I migliori momenti del suo soggiorno in Congo presentati in “When We Were Kings”, film documentario supportato dalla colonna sonora di Tribe Called Quest, Coolio, Busta Rhymes, Lauryn Hill e i Fugees…

Cinque anni più tardi, esce al cinema il film sulla sua vita ed il campione dimostra che il suo sarcasmo non è tramontato quando all’attore Will Smith che lo incarnava dice: “Bel film ma io sono più bello di te.” No, nemmeno allora aveva peli sulla lingua.

Quella forza di carattere che finalmente si traduce in frasi sempre più semplici sarebbe a tal punto passata inosservata se non si sapeva che dal 1982 Alì lottava contro una malattia, il morbo di parkinson che non gli ha impedito di prendere impegni meritori come andare in Iraq a negoziare con Saddam Hussein, ottenendola, la liberazione di 15 soldati americani.

Sempre coraggiosamente, Alì sarà l’ultimo tedoforo, quello con la grande responsabilità di accendere la torcia olimpica nello stadio di Atlanta nel 1996. Quell’anno, era Bill Clinton il Presidente degli USA. Nel ricordare ad Alì che anche per lui era rimasto “The Greatest”, volle consegnargli una medaglia in sostituzione di quella gettata nell’Ohio 36 anni prima…

Devastato dalla malattia, non si saprà mai se quella volta il ribelle la ricevette di buon grado ma la cerimonia entrò nella storia. Si svolse nell’intervallo di una partita di Basket in cui fu lui la star mentre tutt’intorno Scottie Pippen, Reggie Miller, Hakeem Olajowon, Shaquille O’Neal, Karl Malone e Gary Payton, dei giganti del basket sembravano dei banalissimi nani da giardino!

Il gigante era Alì, fiero con questa luce negli occhi anche quando titubante et vacillante, balbettava e tremava senza più ballare. Dalla strada all’olimpo, era talmente grande che ci ha fatto dimenticare le contraddizioni e le disfate. Ora che è passato a miglior vita, è presente e più massicciamente maestoso che mai.

Come disse il suo grande amico e collega pugile Nino Benvenuti, “lasciava nelle nostre teste e i nostri cuori un’impronta del magnetismo che emanava e che rimenava indelebile. Costringeva tutti alla stima, a marcare una pausa per ascoltare e ogni parola ci allontanava dall’ultima sconfitta subita.” Il suo cuore di gigante ribelle era talmente forte che cessò di battere arrendendosi solo mezz’ora dopo la dichiarata morte clinica.

L’uomo ha avuto diversi avversari. Il pubblico, la politica, il governo, il razzismo e infine la malattia. Solo quest’ultima riuscì quasi a sconfiggerlo ma la gloria ci si è opposta. Ed è così che ha reso il mondo migliore come lo ha riconosciuto Obama.

Sul ring, Alì l’idolo di Mike Tyson che ha indirizzato parole commoventi alla famiglia dopo il decesso ha avuto un record di 57 vittorie e solo 5 sconfitte.

Dei 9 figli nati da 4 matrimoni, Leila figlia della seconda moglie ha preso il suo posto sul ring come pugile, i guanti calzati. Insomma, 9 figli è il numero ufficiale. Potrebbe averne avuti di più poiché si dice che Alì si incontrava con le donne con la stessa frequenza con cui firmava autografi. Nulla di sorprendente per un uomo che diceva di sentirsi più libero in Africa che in America, la cui famiglia è grande quanto il mondo e che è stato commemorato su tutti i continenti, da Cuba al Vietnam, passando per il Congo, la patria che si era scelto.

Sarà Bill Clinton tornato a dichiararsi grande amico dell’ex pugile a pronunciare domani venerdì l’orazione funebre definitiva prima dell’inumazione di Muhammad Alì…

Muhammad… Alì…

Come modello, il suo ricordo sarà certamente una motivazione supplementare per i musulmani in questo inizio del mese di Ramadan, considerando il pesante clima politico degli ultimi tempi. Dagli attentati dell’11 settembre 2001, Alì si era espresso diverse volte contro il terrorismo, chiedendo di separarlo dall’essenza della fede musulmana. Lapidaria fu la sua risposta quando un giornalista gli chiese come si sentiva a condividere il credo islamico con chi aveva distrutto le torri gemelle. La leggenda rispose: “Come si sente Lei ad avere la stessa religione di hitler?”

Alì si oppose all’idea di porre una stella con inciso il suo nomme sulla Walk of Fame della Hollywood Boulevard dichiarando:: « Porto il nome del nostro profeta e non desidero che ci si cammini sopra. » Divenne così l’unico personaggio ad avere una stella appesa ad un muro piuttosto che conficcata nel suolo. Un capriccio? Un privilegio. Lui lo merita!

Adesso che la morte lo ha messo alle corde in un abbraccio definitivo, prestandogli vita chi lo ama grida «Boma Yé». Uccidila!

1 0 274 12 giugno, 2016 Sport giugno 12, 2016

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