INQUINATORI PENTITEVI!
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INQUINATORI PENTITEVI!

Cop 21. Così si presenta l’abbreviazione con la quale si declina la Conferenza delle Parti, cioè il raduno annuale di tutti i paesi desiderosi di agire per il clima. In questo momento al Bourget alle porte di Parigi si discute l’avvenire del Pianeta in un Clima di alta tensione, blindato da un dispositivo di massima sicurezza. In una Parigi ancora traumatizzata dagli ultimi attentati, 9 persone sono state arrestate e tenute in custodia cautelare.

Per aderire appieno allo spirito del summit, l’organizzazione della conferenza impiega  navette 100% elettriche e gli impianti di riscaldamento sono a gas anziché a gasolio.

L’Africa martire dello sfruttamento non si è presentata a testa bassa. Lei è pronta. Gli altri no. Sono questi che inquinano mentre lei subisce. A Copenhagen nel 2009 e a Cancun nel 2010 i paesi sviluppati si impegnarono a mobilizzare 100 miliardi di dollari ogni anno fino al 2020 per aiutare i paesi in via di sviluppo a far fronte al degrado climatico. I rifugiati testimoniano del fatto che non c’è più distinzione che tenga fra migranti di povertà e migranti climatici.

Di rinvio in rinvio, ciò che importa rischia anche questa volta di non essere né ciò che si dirà all’inizio, né nel mentre, né tanto meno alla fine. Il metodo “unanimista” per ora tiene banco. Vi è bisogno di contribuire, esaminare e ridurre lo scandaloso fossato che esiste ancora fra le parti e fa sì che ogni volta si decida di non decidere. Il presidente Obama si è fatto portavoce degli USA dove per la prima volta si riconosce il torto di respingere gli accordi giuridicamente vincolanti.

I progressi in tal senso fanno capire che 10 anni fa non si aveva l’Arabia saudita. Cina in testa, oggi si hanno 183 paesi al tavolo delle discussioni. La volontà politica comincia a farsi apprezzare e la si dovrebbe incoraggiare. In un Mondo più caldo di 2°C rispetto al periodo preindustriale, 5 anni fa si parlava di abbassare la soglia limite di riscaldamento di 4 gradi. Oggi, le 196 contribuzioni ci riporteranno verso 3 gradi. Ma se i capi se ne vanno, i piccoli lasciati da soli non potranno discutere dei finanziamenti. Dei 100 miliardi mobilizzati a mo’ di finanziamento pubblico annuo, 62 miliardi provengono dagli sforzi della presidenza francese e della persistenza peruviana. Questi fondi d’adattamento detti fondi verdi, sono fondi di pagamento.

I capi di stato dei paesi vittime avranno sul banco l’iniziativa per la resilienza, ovvero l’adattamento al cambiamento climatico per ad esempio contrastare l’erosione costiera e costruire delle dighe. È il caso di isolani come l’arcipelago delle Hawaii. Per gli Africani si deve continuare a piantare alberi per contrastare la deforestazione o l’avanzata del Sahara verso sud o ancora promuovere le varietà di cereali che si adattano alla siccità. Voce fuori dal coro, la Groenlandia ipotizza che il riscaldamento climatico possa invece recarle giovamento.

Serve un piano Marshall e non finanziamenti alla “faremo tutto e dunque non si fa niente”. Ci vuole un focus. 600 milioni di Africani non hanno elettricità. Si può ad esempio decidere di 5 miliardi di bonus-malus obbligatorio in quanto alle 8 tonnellate di emissione di CO2. “Solo un fondo per l’energia rinnovabile pilotato dall’Africa sarebbe convincente. Trovo scandaloso che quando il parlamento panafricano decide di ciò che serve a 62 paesi, ci si erga per dire a tutti di non farlo” tuona Jean-Louis Borloo ex ministro francese dell’economia prima, dell’ecologia poi e ora riconvertito nella lotta contro lo sconvolgimento climatico. 

Esistono altri mezzi per giungere ai finanziamenti affidabili per uno sviluppo sostenibile. Le banche centrali possono stabilire un prezzo sulla quantità di rischi quando i soldi escono per il clima. L’Africa rappresenta il più grande choc demografico della storia recente. È passata da 180 Milioni di anime al momento delle indipendenze a 1,2 miliardi oggi. È dell’interesse globale dare una mano all’Africa che ha da gestire più di quanto hanno dovuto fare i paesi di cui l’elettricità è figlia. Tra ieri e oggi, il gruppo capeggiato dal padrone di Microsoft Bill Gates che si propone di investire tra 1 e 2 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni con lo scopo di rinforzare la ricerca e lo sviluppo nel campo delle energie pulite è passato da 20 a 154 paesi.

Per Seyni Nafo, negoziatore Maliano e voce dell’Africa che tutti si contendono per quanto è preparato e convincente, “prima di chiedere se paesi come Angola e Nigeria che nel petrolio trovano il pane abbracciano i benefici del passaggio all’energia rinnovabile, occorre innanzitutto notare che 53 paesi africani su 54 hanno fatto contribuzioni importanti e l’Africa che è uno dei polmoni del pianeta né emette carbonio né ha cattivi allievi.” C’è dunque della disonestà a non riconoscere il percorso fatto. La logica americana di mercato non può condizionare tutto. La Cina che promette 20% di riduzione di Carbonio supera di 24 volte la soglia consentita. Evo Morales presidente della Bolivia in quanto a lui è lapidario: “Per salvare il clima bisogna sradicare il capitalismo.”

I giovani contestatari che dai tempi di Seattle si invitano puntualmente ogni volta e questa volta si sono scontrati con le forze dell’ordine utilizzando gli oggetti deposti in memoria delle vittime dei recenti attentati chiedono a gran voce che per l’equilibrio climatico i paesi ricchi paghino anche per i poveri. Li si accusa di fare il gioco dei terroristi infangando la memoria delle vittime. La risposta rubata a Papa Francesco mentre si trovava ancora a Bangui nella Repubblica Centroafricana non si è fatta attendere: “Il sacco di Roma, non lo hanno fatto i musulmani…”

0 0 503 02 dicembre, 2015 Politica, Politica Estera dicembre 2, 2015

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