BREXIT E RISVEGLIO EUROPEO
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BREXIT E RISVEGLIO EUROPEO

Vince la Brexit al referendum: Si attesta que 52% dei votanti ha scelto di lasciare l’Unione Europea. Euforico, Nigel Farage Il leader storico degli euroscettici dell’Ukip, esulta: «Questa è l’alba di un Regno Unito indipendente, oggi è il nostro Independence Day, è arrivato il momento di liberarci da Bruxelles».

L’esito delle votazioni come i motivi della scelta hanno ovviamente più risvolti e possono essere decriptati in svariati modi. Tuttavia, parlare d’Independence day per l’Inghilterra è una pesante offesa per i paesi che la Gran Bretagna ha con la forza ridotto al dramma della colonizzazione e che ancora aspettano comprensibilmente l’alba d’una vera indipendenza. Sbaglia chi dietro la bigotteria del nazionalismo nasconde di la scelta di rimpiazzare la cosiddetta invasione europea con lo strumento imperialistico chiamato Commonwealth. I giovani disillusi si stanno accorgendo da venerdì che Gibilterra (in Africa) rimane la frontiera britannica più vicina alla terra ferma. Questo dettaglio farà parlare e riflettere sempre di più nei prossimi mesi.

Daniel Cohn Bendit, gigante della politica e appassionato europeista ha reagito rammentando il sogno europeo. L’Europa ha prodotto il disastro di almeno due guerre mondializzate, oltre al colonialismo motivo ancora oggi di contraccolpi en risentimenti che nessuno può ignorare. Nata de facto  il 25 marzo 1957 il trattato di Roma, l’Europa è una necessità, un progetto ispirato oltre che da Jean Monet anche da Churchill stesso. Dopo gli orrori da imputare ai nazionalismi europei, urgeva sviluppare la visione d’una entità sovranazionale come “Gli Stati Uniti d’Europa”, parole dell’allora Premier Britannico. Oggi che si presentano nuovi rischi, l’isolazionismo non è la risposta più ragionevole da parte di una Inghilterra paladina di una idea dell’Unione con attenzione al passato da scongiurare. Per allontanare definitivamente lo spettro dell’ultima guerra che ha lasciato sul terreno 70 milioni di morti, la politica deve essere convergenza dei popoli e non solo stipendi favolosi dei politici e potere delle oligarchie finanziarie. Il voto Britannico è un monito al neoliberismo che ha generato una europa a 2 Velocità dove i ricchi vivevano da privilegiati.

Parliamo dell’Uscita. Si tratta di una notizia ovviamente non buona che innesca un clima di separazione. Nascono enormi problemi. Ad esempio, un’Europa della difesa senza l’Inghilterra è difficile da immaginarsi. Le borse crollate peggio dell’undici settembre 2001 sono sintomo dei tempi duri che si annunciano. Per come è stata condotta la campagna da entrambi gli schieramenti insistendo sull’immigrazioni e tralasciando i motivi profondi, l’idea generale è quella di una scelta irrazionale. Alla Gran Bretagna convienne più politicamente che economicamente. Chi ha dimestichezza con i palazzi della politica europea a Bruxelles sa che gli inglesi non sono minoritari nella transumanza di rappresentanti che caratterizza i burocrati espatriati in Belgio da tutti gli Stati membri dell’unione.

Le cause del fiasco sono essenzialmente da trovare in questa ossessione a far ruotare il dibattito intorno all’immigrazione e le differenze etniche prima che culturali. Il rimprovero è da fare ad entrambe le parti. Chi teneva per il mantenimento della Gran Bretagna nell’unione ha battuto campagna quasi esclusivamente per smontare gli argomenti degli euroscettici presentando gli immigrati come necessari e non una minaccia. Quest’atteggiamento ha srotolato il tappeto rosso a chi non ha avuto difficoltà a convincere i meno informati dell’urgenza di proteggere patria e terre dagli invasori spinti da Bruxelles e attratti dai traditori dell’interno.

Non si è sufficientemente parlato di visti, esperienza scolastica o accademica all’estero, ricerca, sicurezza, difesa, borse, sport, matrimoni internazionali, impiego (e non solo protezione dei posti di lavoro), Incentivi per l’agricoltura, tasse, generare e distribuire ricchezza, debito pubblico, investimenti, residenza e lavoro all’estero, quote e politica agricola comune, principio di sussidiarietà, democrazia partecipativa, calo delle nascite, banche, esportazioni, cooperazione, accordi finanziari, dogane, spazio aereo, assistenza socio-sanitaria ecc. Tante cose che se insegnate meglio al cittadino ed all’elettore europeo avrebbero dato una rilevanza diversa al referendum ed un esito più convincente.

Alla fine, sembrava che i due schieramenti volessero la stessa cosa: offrire ai soggetti di sua maestà Elisabetta l’argomento maggiore per uscire. Si era sperato che l’uccisione della deputata laburista Jo Cox avesse attirato l’attenzione sulle possibili derive ma era mal conoscere l’insospettabile leggerezza di spirito british.

Comunque sia, non possiamo parlare della fine dell’Europa solo perché ci è stata una sconfitta. Certo si tratta di un tempesta ma non è la fine. Si può dire invece che il voto britannico è la fine del sogno della Gran-Bretagna, poiché gli scozzesi vorrebbero un referendum per uscirne e l’Irlanda del Nord ha già manifestato chiaramente il suo desiderio di rimanere nell’Unione Europea. Gli inglesi sopratutto hanno solo distrutto un castello du bugie che nascondeva l’inadeguatezza dell’Europa vista dai veri destinatari delle politiche che sono i cittadini, cioè, l’insufficienza dell’Europa che non conoscevano. È un monito per dire che occorre una Europa sociale e dei lavoratori che si traduce con occupazione, lotta alla povertà, investimenti, distribuzione della ricchezza. Così si eviterà di mettere a repentaglio il destino di quei giovani che oggi più che mai è minacciato. Sono loro i veri perdenti.

Più che ad uno Tsunami, si assisterà ad una lenta erosione. Serve un rinascimento europeo perché obiettivamente c’è bisogno d’Europa. Nella globalizzazione, fermare il processo di integrazione sarebbe un dramma per la sovranità Europea. Solo un nuovo tipo di sovranità europea che si estende al di là delle sovranità nazionali permetterà di proteggere i cittadini europei oggi nel mondo.

D’altra parte, l’Uscita della Gran Bretagna può essere salutare se si ridefinisce il progetto europeo: più integrazione, ma strutture più democratiche, e cioè rilanciando il progetto europeo nella forma come nel contenuto. La palla è nelle mani dei governi. Nell’Unione Europea le forze maggioritarie degli Stati membri hanno sempre campato su una difesa degli interessi nazionali finendo per paralizzare completamente l’Europa.  Se oggi Boris JOHNSON si sente Premier in pectore è perché tutto dipende dal modo in cui ci si comporta. Rimanendo pietrificati, si da adito al catastrofismo e si perde. Nel calcio si dice “Occupiamo l’area di rigore. È li che possiamo far male.” La cosa più difficile su cui mettersi d’accordo oggi è la dicotomia tra sovranità nazionale e sovranità europea. Quest’ultima merita di essere difesa.

Ovviamente la questione democratica è la vera questione e non si trasforma l’Europa inibendo la possibilità agli Europei di esprimersi. Rimane vero che chi ha scelto la secessione denota una scarsa conoscenza del diritto istituzionale, insufficienza che rimanda alla logica dei confini nel continente che segnava la fine dei confini…

L’educazione dovrebbe fare la differenza. Il dogma dell’Euro che fa male mal si coniuga con una discussione costruttiva e nemmeno la liturgia dell’Europa salvezza è l’informazione corretta da servire ai cittadini. L’Europa al è un cosa importante. Si oppone alla retorica della paura. Si sovrappone alla sottovalutazione dei rischi del mondo dopo che la stessa europa ha capito le virtù dell’Unione. Essa non nega l’identità nazionale ma educa ad essere più forti condividendo. La globalizzazione chiede più Europa ma Europa diversa e equilibrata.

Allora, Cosa cambierà per i Britannici?

VISTI. L’effetto più immediato e percepibile del Brexit si farà sentire sugli spostamenti dei cittadini britannici residenti negli altri paesi dell’Unione Europea.

VIAGGI. Le famiglie britanniche dovrebbero anche prepararsi a sborsare più soldi di prima se vogliono andare in vacanza sul vecchio continente.

IMPIEGO. Se gli adepti del sì hanno fatto della conservazione dei posti di lavoro per i britannici uno dei leitmotiv della loro campagna, è tuttavia probabile che l’uscita del regno-unito dall’Unione Europea si accompagna con la delocalizzazione di tanti posti di lavoro.

La Brexit si preannuncia ancora più come un grattacapo per i 1,3 milioni di espatriati Britannici residenti in altri paesi europei, tra cui principalmente la Spagna (31.9000), l’Irlanda (249.000), la Francia (17.1000) od anche la Germania (100.000).

PENSIONI. I pensionati potrebbero subire un ribasso dei guadagni accumulanti come pensione causa la forte depressione della sterlina e ciò potrebbe notevolmente compromettere i loro investimenti immobiliari nei paesi d’adozione. 

ASSICURAZIONE SANITARIA. Un altro problema si pone riguardo alla copertura medica degli espatriati inglesi. In Francia ad esempio potevano beneficiare del sistema medico nazionale ma pagato dalla sanità pubblica britannica in virtù di un accordo bilaterale.

EUROCRATI. Il destino professionale del migliaio di funzionari Britannici in servizio presso le istituzioni europee e sopratutto a Bruxelles sembra più problematico che mai.

Le conseguenze per gli Europei

Il ritorno del visto ? “Documenti prego”. Sì. torneremo a sentirlo.

Il ritorno del Duty-free? Il Regno-Unito post Brexit non sarebbe più soggetto alla direttiva applicata nel 1999 che mise termine ai duty-free nello spazio comunitario.

In termini di turismo e economia rimane la grande confusione giuridica. I grandi viaggiatori innamorati del Big Ben e dei pub britannici devono prepararsi a dei cambiamenti ai quali forse non hanno ancora pensato.

Per i viaggiatori Europei. Quando la Gran Bretagna avrà effettivamente lasciato l’Unione europea, forse tra due anni conformemente all’articolo 50 del trattato di Lisbona, gli abituati dei week-end a Londra dovranno prepararsi ad una successione di cambiamenti che potrebbero sconvolgere il loro soggiorno.

L’Unione Europea ha fatto grossi sforzi per ridurre la fattura della telefonia mobile quando ci si sposta all’estero ma dentro l’Unione. Da aprile 2016, gli operatori non possono soprattassare a loro piacimento le chiamate da un paese membro dell’Unione verso un altro.

Assicurazione non garantita sulle cure. Finora, in caso di piccoli danni a Londra, bastava esibire la tessera sanitaria europea per essere coperti. Con l’uscita del Regno Unito, questa certezza verrà meno.

Secondo i numeri dell’OCDE (Organizzazione di Cooperazione e di Sviluppo economico), il Regno Unito è la terza destinazione nel mondo, per chi sceglie di studiare all’estero. Con la Brexit, le scuole e università del paese non sarebbero più eleggibili per le borse di mobilità (in entrata come in uscita) del programma europeo Erasmus ad esempio. Le tasse scolastiche o universitarie potrebbero essere riviste al rialzo e il riconoscimento dei titoli di studio non garantito laddove il sistema universitario europeo garantiva il riconoscimento automatico dei diplomi dei 28 stati membri. Da venerdì, salvo accordi bilaterali tra paesi, non sarà più possibile. Viene da chiedersi perché si è lavorato sugli CFU (Crediti Formativi Universitari) come strumento per misurare la quantità di lavoro di apprendimento, compreso lo studio individuale, richiesto allo studente per acquisire conoscenze e abilità nelle attività formative previste dai corsi di studio.

Oltre ai tradizionali percorsi accademici, gli ITS (Istituti Tecnici Superiori) sono una comodità necessaria introdotta recentemente. Sono più brevi e puntano molto sul rapporto con le imprese, privilegiando la pratica e riprogettando ogni anno i percorsi per essere allineati con le esigenze del mercato del lavoro europeo.

Erasmus entrato in punta di piedi ha con il tempo superato brillantemente l’esame della timidezza e dello scetticismo fino ad incidere sulla vita di chi decide di farlo. Chi parte, torna con un bagaglio di esperienze, competenze e relazioni che va ben oltre l’apprendimento di una lingua e una serie di ricordi indimenticabili. Chi parte per l’Erasmus vede la propria esistenza cambiare a livello professionale, sociale, culturale, affettivo e nel segno della costruzione di un’Europa più unita. A dimostrarlo è uno studio della Commissione europea che ha preso in esame 78mila persone e ha misurato l’impatto dell’Erasmus nella vita di chi decide di partire.

L’Inghilterra più che la Gran Bretagna ha forse appena inferto un colpo al più grande successo europeo di sempre, fedele all’agenda di Lisbona: La cultura. Si tratta del lato più seducente e forse più funzionale dell’unione, per cui lo scrivente si è personalmente impegnato durante oltre un decennio. L’agenda di Lisbona si proponeva di costruire una Europa capace di “diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”. Nel 2005, preso atto degli insufficienti risultati ottenuti, gli Stati membri dell’UE decisero di rilanciare la strategia di Lisbona, concentrando gli sforzi verso i due obiettivi principali di crescita economica ed occupazione.

Il voto dei britannici ha reso tutto incerto. Ryan air ha ammonito sulla caduta di uno dei pilastri dell’abbattimento delle frontiere che sono i low-cost. Nascono anche dei problemi sul trasferimento del potere finanziario che dovrà inventarsi un nuovo Eden. Agli altri paesi si apre la prospettiva di offrire l’ombrello in termini di abbassamento di tasse per permettere agli istituti finanziari di lasciare Londra e migrare verso nuovi paradisi. Il Lussemburgo ad esempio. Nessuno lascia andare via bravi lavoratori. Il Regno Unito ha appena trovato la formula per perde sùbito 2% del PIL.

L’euroentusiasta laburista Denis MacShane già Ministro di Stato per l’Europa dal 3 aprile 2002 al 5 Maggio 2005 ha ribadito quanto diceva dai tempi di Blair e Brown, responsabili loro più di Cameron secondo lui del disastro della disgregazione: “come si fa a imputare il fiasco della proprio politica dell’impiego all’Europa?”  Come tanti, confida ancora in una petizione per un nuovo referendum includendo i residenti che ha già raccolto 2 milioni di firme di cui 500 mila nella sola  giornata di venerdì. Ma forse come ha fatto notare chiosando il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, “è troppo tardi. Chi esce esce. Il regno Unito deve affrettarsi ad andarsene…”

Il vecchio isolazionismo da Enrico ottavo a Margaret Thatcher ha vinto. John Russell, Macmillan e Wilson si rivoltano nella tomba e anche Jo Cox. C’è chi paventa l’idea che presto saremo nelle mani dei nuovi fascisti e l’Inghilterra non aveva mai conosciuto il fascismo.

0 0 559 26 giugno, 2016 Politica, Politica Estera giugno 26, 2016

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