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Matteo Benvenuti: la vita, la famiglia e le opere

Matteo Benvenuti,primogenito di quattordici figli, nacque il 14 aprile 1816 a Crema dal conte Luigi Benvenuti e dalla contessa Marianna Terni De Gregori.

L’albero genealogico dell’autore della Cronaca grigia mostrava dunque l’appartenenza a due delle famiglie più in vista del cremasco . In merito alla famiglia Benvenuti la storiografia locale ipotizza una sua probabile discendenza da una dinastia fiorentina (2) ,  la cui presenza, con illustri uomini d’ armi e raffinati letterati, risulterebbe già  attestata nell’802 ai tempi dell’impero di Carlo Magno.

In un secondo momento, alcuni esponenti di questo casato avrebbero lasciato la Toscana per stabilirsi in Lombardia. Questa ipotesi sebbene abbia sempre esercitato grande fascino, venne però più volte contestata in quanto era impossibile provarne  la  veridicità : forse si trattava solamente di un banale caso di omonimia. Nella città di Crema si parlò per la prima volta di un Benvenuti nel tredicesimo secolo quando, secondo ricostruzioni documentarie, svolgeva la funzione di notaio Corradino de Benvenuti, che gli storici locali ritenevano  il capostipite di questa famiglia.

Il quindicesimo secolo, grazie all’unione, attraverso un  matrimonio combinato, con i Benzoni, famiglia alquanto influente nell’economia della piccola città di Crema,   rappresentò per i Benvenuti il momento storico in cui  la  famiglia accrebbe la propria importanza all’interno del tessuto sociale cremasco, divenendo il fiore all’occhiello di un’aristocrazia ancora legata alla terra e alla vita semplice. Si diceva che la loro fortuna economica dipendesse  dai frutti ricavati da un’industria che lavorava la seta.  Il sedicesimo secolo  gettò un po’ di ombra su questo casato,  con la violenta disputa tra i Benvenuti e i membri della famiglia Zurla, contesa che  durò per molti anni,inasprita da eventi cruenti  e da spiacevoli colpi di scena. Nel 1518 il Podestà Federico Renier (3)  fece decapitare in gran segreto,per evitare le ire dei parenti, Girolamo Benvenuti, colpevole di aver ucciso uno Zurla. Solamente nel 1580 il Podestà Bernardo Nani riuscì, con una sottile strategia di convincimento, a  riappacificare le due fazioni.(4)

Per quanto concerne il ramo materno, quello dei conti Terni De Gregori,la storiografia locale fu sempre stata concorde nell’affermare che l’origine di questo casato risalisse all’undicesimo secolo,sulla base di studi documentaristici avevano dimostrato la presenza dei De Gregori , e più precisamente  del capostipite    Pietro, uomo di legge ,  nella città  di Terni, dove la famiglia pare esercitasse.  Secondo il  Sansovino  (5) questa casata ebbe  addirittura origine dall’antica “tribù Galeria” di Roma, dalla quale per tradizione si credeva  discendessero i Frangipane, i  Micheli  di Venezia ed anche San Gregorio Papa. Ma,poiché il Sansovino era ritenuto anche un narratore che amava arricchire i suoi scritti con notizie ed avvenimenti non sempre verificabili mediante riscontri effettivi,questa ipotesi relativa ai Terni De Gregori non fu mai presa in seria considerazione.

La ricostruzione storica più accreditata   riguardo a questa famiglia evidenzierebbe   un esodo forzato dalla città umbra  di alcuni suoi  esponenti per volontà di fazioni a loro avverse (6). Gli eventi li avrebbero così portati a raggiungere la città di Cremona,dove avrebbero risieduto per [1]alcuni anni. Lasciata Cremona, i Terni De Gregori si sarebbero spostati nella vicina città di Crema, luogo in cui, dopo aver acquistato un terreno ed edificato la loro residenza,sarebbero riusciti ad entrare a pieno titolo nell’aristocrazia locale,costruendosi un patrimonio terriero di tutto rispetto. Basti pensare che nel tredicesimo secolo gli stessi cremaschi li avevano ritenuti degni di fiducia, coinvolgendoli  nella gestione della amministrazione pubblica. All’epoca la città di Crema era divisa in porte ed ogni porta rappresentava una fonte di entrata,  che veniva riscossa e gestita da un cancelliere. Anche i conti Terni De Gregori ebbero il loro piccolo cancellierato, prima con Ternino e poi con Manfredo (7).

Per volontà dei concittadini , ottennero anche la pergamena imperiale, riconoscimento  del quale si era soliti insignire i componenti delle più illustri famiglie aristocratiche, inserendole in questo modo in un contesto ancor più di prestigio.

Il periodo più difficile per i membri di questa famiglia risultò essere il momento in cui ci fu lo scontro a tutto campo tra l’Impero e il Papato. E poiché i Terni De Gregori si erano dichiarati apertamente guelfi  pagarono le conseguenze con una serie di cacciate dalla stessa città di Crema.

Una particolarità di questo casato che la storiografia locale ha sempre messo in evidenza è  il costante rapporto d’affetto che lo lega alle sue origini,un incondizionato amore verso la regione Umbria. Nel secolo quindicesimo  la famiglia si divise in due rami : il primo, quello di Bartolino il Guerriero,  proseguì nel tempo; il secondo, quello di Pietro,famoso storico cremasco,  si esaurì con la figlia Maria,la quale, sposando un esponente della famiglia  Clavelli,  non solo portò la dote ma consegnò nelle mani del marito l’intero patrimonio paterno.

Più avanti  l’importanza storica dei Terni De Gregori si può anche scorgere nel rapporto che, col tempo, si era andato instaurando con la Casa regnante italiana:  nella  dimora cremasca per ben due volte furono ospitati i Savoia, nel 1859 Vittorio Emanuele II e  nel 1924 il principe Umberto,erede al trono.

Da questo legame i membri del casato ottennero grandi privilegi…A lato dell’atto di nascita, l’ 8 gennaio 1876, del nobile Luigi Terni era apposta la seguente annotazione: “Con R.D. 3 gennaio 1895 venne autorizzato ad aggiungere al proprio cognome quello di << De Gregorj>>. Inoltre con RR.LL.PP 28 marzo 1920,Vittorio Emanuele III concesse ai Terni il titolo di conti, trasmissibile a maschi da maschi e in linea e per ordine di primogenitura.

Se nella dinastia dei Benvenuti si era in prevalenza militari o letterati,in quella dei conti Terni De Gregori si poteva trovare un maggior numero di dottori in legge,qualche uomo di chiesa ed alcuni benemeriti benefattori. L’unico legame che questa famiglia ebbe con la letteratura risale al secolo XX, quando il conte Luigi si unì in matrimonio con la scrittrice inglese Ginevra Taylor, che morì a Crema nel 1961. Ancor oggi in sua memoria troviamo dedicate a lei due lapidi nell’ingresso del museo civico (8).

Ma torniamo a Matteo Benvenuti. Per lui il padre non solo rappresentò un punto di riferimento affettivo,ma incarnò anche una sorta di modello da seguire nell’ambito letterario e culturale. Infatti il conte Luigi Benvenuti era conosciuto a Crema  come un fine e sottile narratore. Di lui  molte furono le notizie che i cronisti e gli storici del tempo raccolsero in scritti e documenti che ancor oggi possono essere consultabili nella Biblioteca Comunale. Luigi Benvenuti nacque nel 1791 dal conte Carlo Benvenuti e dalla contessa Filomena Clavelli. Massimo Fabi lo inserì nella sua opera dal titolo Lombardia descritta , collocandolo tra i distinti Cremaschi. Gaetano Branca nella sua Bibliografia storica d’ogni nazione lo classificò tra gli scrittori di storie municipali. Mentre Ferdinando Meneghezzi, non facile alla lode,di lui scrisse: “Il conte Luigi Benvenuti è uomo colto,e sa far bene le cose sue. Chiarezza nell’esposizione,grazia nel racconto ,fluidità nello stile…sono doti che non si desideravano mai nei suoi lavori…” Queste parole furono pronunciate dal Meneghezzi in una  lettera scritta in merito ad alcune novità letterarie cremasche comparse durante l’anno 1847,  lettera   pubblicata dal Solera nel 1848 in occasione del giorno della laurea di Giorgio Severgnini. Il conte Luigi Benvenuti scrisse dunque molti opuscoli di carattere storico,anche se in alcuni di questi non andava ricercata la serietà dello storico,bensì la piacevolezza del buon narratore. Lasciò inedita una sua autobiografia, giudicat,forse il migliore dei suoi lavori. In queste pagine  dipinse se stesso  con molta verità e spigliatezza,tratteggiando il ritratto di un gentiluomo  e di uno scrittore arguto ed elegante. Morì all’età di 82 anni nel 1872, lasciando superstiti cinque figli dei quattordici avuti dalla consorte Marianna Terni.

Ma nella storia dell’antica famiglia Benvenuti,ci furono altri  esempi di scrittori degni di essere ricordati: Michele,soprannominato il “giovane” dallo storico Alemanio Fino, affinchè lo si potesse distinguere da un antenato conosciuto con l’appellativo di “vecchio”.Dalle biografie di questo scrittore emerge il ritratto di un giovane oratore, capace di incantare quanti lo ascoltavano tanto che ricoprì la carica di ambasciatore, occupandosi prevalentemente dei rapporti con la Repubblica di Venezia. Famose restarono due sue orazioni : la prima  pronunciata nel Duomo di Crema il 16 settembre 1549, nel momento in cui i Cremaschi si apprestavano a festeggiare il centenario del loro legame alla città del Doge; la seconda , resa nota a Venezia in onore del nuovo Doge Marco Antonio Trevisan nel 1553 gli rese il titolo di cavaliere di San Marco. Entrambe le orazioni vennero stampate a Venezia nel 1572 e in secondo momento furono anche ristampate a Crema per essere poi aggiunte alla “storia di Crema” redatta dallo storico Alemanio Fino. Un altro scritto alquanto importante di Michele il “giovane” fu una lettera dedicata a Pietro Aretino,che si può  leggere nella Raccolta di lettere a Pietro Aretino (9) .Gli scritti del giovane Michele Benvenuti vennero spesso criticati perché giudicati troppo ricchi di adulazioni nei confronti della Serenissima,ma nonostante ciò nessuno avrebbe mai potuto negare il suo colto ingegno, la sua spigliatezza e la nobiltà della  forma che lo rendevano, a buon ragione, fine ed elegante cultore dell’arte della scrittura..

Non solo l’esempio paterno di un amore incondizionato verso la letteratura e la scrittura contribuì  a segnare la personalità artistica del giovane Matteo, ma  importante fu anche il profondo legame con il fratello Francesco,avvocato e fondatore del giornale l’ Amico del Popolo.  Fu proprio quest’ultimo che avallò la nascita della satira di Fra Giocondo,  creando così  una appendice al suo giornale, nella quale l’ironica penna del fratello, celato dallo pseudonimo “ Fra Giocondo”,  seppe attirare  le simpatie di quella nuova e forte borghesia che chiedeva a gran voce cambiamenti e si schierava apertamente contro l’aristocrazia di provincia che difendeva con le unghie e con i denti i suoi antichi privilegi.

Francesco Benvenuti nacque a Crema il 3 novembre del 1822 , e, dopo aver ricevuto un’istruzione elementare in casa, compì gli studi primari nella sua cittadina,per poi in un secondo tempo trasferirsi a Milano. Qui studiò sotto la direzione di importanti figure: valenti maestri,importanti filosofi e prestigiosi legali fino a conseguire  il 5 settembre del 1845,   la laurea  presso l’università di Pavia.  Durante il suo soggiorno milanese conobbe la nobile Giuseppina Della-Porta , ragazza di buona famiglia  che sposò nel 1849.

Due anni dopo il matrimonio, il 1 ottobre 1851, rispettando il desiderio paterno e compiuta la pratica legale, riceveva nella capitale lombarda il diploma di avvocato. Ma ben presto si accorse che i codici e l’attività del foro non facevano per lui e si rifugiò quindi nella letteratura e nella ricerca storica. E soprattutto in quest’ultima si dimostrò elegante ed efficace studioso (10). Questa  passione per la storia ha radici familiari: l’antenato materno Pietro Terni  fu infatti , autore di un imponente studio sulla storia cremasca che, per motivi ancor oggi non del tutto spiegati, venne pubblicato solamente nel 1964.

Il conte Francesco Benvenuti,nel suo particolare modo di concepire la storia,ebbe,a detta dei critici,  il merito di dare agli eventi locali una nuova interpretazione. Leggendo le pagine del suo lavoro non ci si trova di fronte a nudi fatti,ma ad una ricerca delle proprie origini,delle proprie tradizioni e, cosa più importante, della propria dignità. Vi è  in lui  la scoperta che la storia non è fatta solo dai grandi uomini,ma anche da  quanti la subiscono. E’ l’affermazione della centralità del popolo, esaltazione quindi di usi e costumi popolari e identificazione del popolo con la media borghesia. Sulla scia dell’insegnamento foscoliano,vi é in lui anche la glorificazione dell’eroe e dell’eroismo popolare.  Nella realizzazione del suo lavoro,il conte Francesco tenne conto di due soli storici locali, Alemanio Fino, la cui Storia di Crema venne pubblicata il 1 Agosto 1556  e il già citato Pietro Terni.  Ma di loro ebbe un giudizio assai critico, affermando  che  questi autori non arrivavano a comprendere veramente l’essenza del popolo cremasco, e puntualizzando anche il fatto che per entrambe le opere mancava un pubblico adeguato:  infatti la storia scritta dal Terni non era stata ancora pubblicata e quella del Fino rimaneva nascosta nella polverosa libreria di qualche dotto.

Francesco fu in particolare critico  col Terni,accusato  di costruire la storia e non di dedurla dai documenti e  rimproverato di usare  una forma rozza e per niente elegante, con  una lingua imbastardita dal dialetto e  una sintassi scorretta e sgrammaticata.

Nella vita di Francesco Benvenuti ricoprì un ruolo speciale la figlia Bice, l’unica tra i figli a comprendere fino in fondo la  passione del padre per la scrittura e la letteratura. E proprio la morte prematura della giovane portò Francesco a vivere gli ultimi momenti della sua esistenza in un profondo e costante stato depressivo.

Di Bice Benvenuti si poteva dire che  venne educata alle mansioni tipicamente femminili e allo studio delle lingue straniere, ma,  nonostante ciò,  manifestò sempre uno spiccato talento artistico. Nel tempo libero amava dipingere e suonare il pianoforte oppure dilettarsi nella lettura. Seguì le orme di gran parte della sua famiglia, facendo della scrittura la sua ragione di vita. Con il saggio La musica in Crema,cenni storici ottenne un premio con menzione all’Esposizione Nazionale del 1881. Sempre in quello stesso anno pubblicò nelle appendici del giornale La Perseveranza alcuni suoi racconti tra i quali Il Guanto Vecchio, Violette, Campagna Romana, Povero colonnello, In mezzo al mare, quest’ultimo  tradotto in tedesco e pubblicato dal Bund di Berna.

La bibliografia  della giovane scrittrice presenta anche lavori  non inseriti in riviste o giornali specializzati, tra cui Nuvoloni d’autunno , Un telegramma, Su e giù per l’Italia.

Anche  la Nuova Antologia (11) aprì  le sue pagine alla Benvenuti, che  vi pubblicò due racconti. Il primo a carattere storico si intitolava Un ufficiale del secolo XVII (12)  e narrava le gesta di un antenato della stessa autrice, tratteggiate con brio e accompagnate da raffronti storici ed opportune riflessioni.  Il secondo, Genova e le sue riviere, rappresentò il testamento della giovane Bice che,  dopo aver concepito in terra ligure la sua ennesima fatica letteraria,di lì a poco sarebbe morta per una grave malattia ai polmoni. Della sua morte   gli organi di stampa  diedero notizia a pieno titolo, non solo quelli letterari, come  la Perseveranza o la Rassegna, ma anche un quotidiano come l’Algemeine Zeitung .

La critica del tempo fu sempre molto benevola nei confronti del  talento di Bice: di lei si diceva  possedesse  uno stile dalla naturalezza innata che si traduceva nell’utilizzo di una lingua pura mai troppo ricercata.

Ma torniamo a Matteo. Certamente il background familiare contribuì alla sua formazione artistica , ma il suo curriculum scolastico ripercorreva,come nel caso del fratello Francesco,la volontà  del padre, che prediligeva le materie della giurisprudenza. Infatti egli seguì gli studi ginnasiali nel collegio di Desenzano e poi quelli liceali nel Longone di Milano. Portò a termine i suoi studi universitari nella capitale austriaca, dove si prodigò nello studio del diritto. Quando poi tornò in Patria, all’età di 24 anni, fu assunto negli uffici della I.R. Intendenza a Milano,dove si occupò  di incarichi prettamente legali. Qui lavorò per oltre vent’anni. Nel 1847, già decorato della croce di Malta, prese i solenni voti divenendo così Frate del S. M. Ordine Gerosolimitano  . Divenne poi  Commendatore e Procuratore del Priorato Lombardo/ Veneto. Non aspirò mai a cariche ed onorificenze dal Governo Nazionale; eppure nel momento in cui nella sua Crema ci si preparava alle prime elezioni  dopo l’annessione al Piemonte, decise di scrivere alcune pubblicazioni a carattere politico. E fu così che  entrò nell’agone del giornalismo. Con lo pseudonimo di Fra Giocondo combatté in prosa e rima una candidatura,quella del conte Enrico Martini,che gli appariva sospetta,  per avallare e sostenere fino in fondo quella del conte Sanseverino, che riteneva uomo serio, con un forte senso dell’onore. I suoi laceranti sarcasmi gli valsero nella sua città antipatie e rancori che non si spensero neppure alla vigilia della  morte,avvenuta il 3 gennaio 1885. Nel giorno dei funerali però, una folla immensa e inaspettata partecipò compatta e visibilmente commossa alla cerimonia; toccanti furono le parole pronunciate durante l’omelia commemorativa: ” Il commendatore Matteo Benvenuti seppe mostrarsi gentiluomo perfetto e degno dell’illustre nome degli avi…religioso per meditato convincimento…fu fedele, ma senza ostentazioni del culto cattolico..lui esattissimo nel disimpegno degli assunti uffici…avverso al fasto e alle futili esigenze…fermo ed inflessibile contro i presuntuosi…mite verso gli inesperti…affabile con gli inferiori…lui prodigo di consigli e di aiuto agli studiosi che il consultavano…e generoso di soccorsi segreti ove conoscesse non colpevole il bisogno…solerte fautore di benefiche associazioni popolari: a lui doversi una nuova istituzione ospitaliera in Milano…lui finalmente essere stato tale un uomo che a quanti per ufficio ebbero ad avvicinarlo sapeva inspirare fiducia,reverenza ed amore.” (13)

Secondo la critica , Matteo Benvenuti era dotato di un ingegno assai vivace che lo portava ad interessarsi agli studi classici, ma non disdegnava neppure la nostra letteratura,né quella francese o  tedesca.  Nel 1841 tentò di conquistare  consensi con un romanzo dal titolo Il Cavaliero Baiardo (14) ispirato ad un dramma di Kotzebue. Il lavoro non ebbe una grande eco. Così il Benvenuti si diede agli studi storici, prediligendo le memorie della città di Crema.

La sua seconda opera fu un romanzo tratto dalle cronache milanesi,  dal titolo  Agnese Da Castiglione o La Disfatta di Castel Seprio (15). Questo suo romanzo è alquanto complesso nella  struttura  e mostra   un notevole progresso dal punto di vista stilistico. Si presenta edito in due volumi. Il primo comprende ben ventidue capitoli ad ampio respiro narrativo. Qui il lettore si accosta ai personaggi,al luogo, all’azione e al periodo storico in cui la vicenda prende forma. In questo primo volume, insomma , ci sono capitoli in cui viene analizzata la Milano del XIII secolo, con particolare attenzione al momento in cui cessò l’agitarsi al vento della croce rossa del comune, sostituita dalla biscia dei Visconti. E ancora vi si possono trovare pagine e pagine descrittive,   non solo   per presentare i luoghi della narrazione…la cittadina di Castiglione o quella di Castel Seprio ; ma anche  per ragguagliare il pubblico in merito alla geografia umana che avrebbe  preso parte attiva al pathos degli eventi. Tra i personaggi più riusciti di quest’opera c’è  senz’altro Agnese,una donna malinconica e passionale che vive l’amore come un tormento,anche se nel suo cuore c’è  sempre la speranza di un possibile riscatto. Agnese   è  il simbolo di quella quotidianità che cerca invano di ribellarsi alla crudezza  di  quell’epoca di continue guerre.   Nelle pagine conclusive del primo volume l’autore costruisce  un’atmosfera via via sempre più cupa e  carica di sospetti, cattivi presagi e velati intrighi, che annunciano indirettamente la sventura che di lì a poco  si sarebbe riversata su quei luoghi.

E proprio nel secondo volume (diciotto corposi capitoli) ,  l’atmosfera irreale, quasi sussurrata nel finale del primo tomo, prende forma esplicita. Così il lettore si trova catapultato in battaglie all’ultimo sangue, in città vinte ed umiliate, in sacrifici sublimi , in dolori incompianti , e in delitti sanguinosi. L’intento di quest’opera  non era solo quello di celebrare la grandezza di una città come Milano,ma era anche quello di far rivivere  personaggi il cui nome ai più era del tutto sconosciuto. Ma   Matteo Benvenuti non scrisse solamente romanzi, diede anche prova di un talento poetico . Con grande facilità scriveva componimenti schietti; la sua ispirazione pareva giungergli non solo da sentimenti delicati, ma anche dallo sdegno per le bassezze di alcuni e le ipocrisie di altri. Nel 1867, cedendo alle insistenze di quanti lo incoraggiavano alla pubblicazione dei suoi versi, mandò alle stampe con il titolo di Satire Popolari (16)  un gruppo di versi. Ma la maggior parte delle satire del Benvenuti si trovava,  sotto forma e di lirica e di commento,  nell’appendice ironica del giornale l’Amico del Popolo,conosciuta come Cronaca grigia, una rubrica da lui curata,nella quale annotava, con meticolosa puntualità,gli eventi salienti che caratterizzavano la alquanto statica vita di una piccola città di provincia. In questa sua ironica appendice, lo scrittore cremasco realizzò numerosi ritratti sagaci di amici e di detrattori. Ecco la descrizione che Matteo dava del sacerdote Don Paolo Braguti, intimo amico e fedele collaboratore del conte Enrico Martini. Di lui scriveva: “La quarta piombò desideratissima ed invocata sull’abito del nobile Sacerdote Don Paolo Braguti,già caudatario di Monsignor Vescovo, già assessore municipale (dominando gli Austriaci)…già Ispettore scolastico, socio di varie  accademie,pastorello d’arcadia , nobile della Repubblica di San Marino, già vittima (dominando gli Austriaci) di un processo, che incoavagli il municipio di Crema per supposta clandestina vendita al minuto di vino guasto. Questo bravo ed ingenuo Sacerdote bramoso di conservarsi la carica di Ispettore scolastico, che per verità disimpegnava con molto zelo ed operosità,fu dei primi che si recò al campo da S. M . Vittorio Emanuele II nel giugno del 1859…il Re soldato lo accolse con quella disinvolta dolcezza,ch’è in esso distintiva, laddove il già Ispettore se ne ritornò a Crema consolato delle più belle speranze…” Questo piccolo ritratto mette in luce la qualità fine dell’ironia di Matteo Benvenuti che non ricorreva mai al grottesco violento o alla deformazione comica. Il lettore poteva leggere una personale fedeltà ad un sistema espressivo raffinato ed elegante che disdegnava ogni forma di volgarità. Il Benvenuti doveva tenere conto del gusto di un pubblico medio e provinciale, il quale, per ragioni legate alla moralità, non avrebbe mai concepito un tradimento delle regole del buon gusto. Considerando il citato, il lettore può cogliere come i due participi passati, invocata e desideratissima, riferiti all’onorificenza offerta a Don Paolo Braguti dal Re, bastino a suggerire il sospetto della smisurata ambizione e vanagloria del sacerdote. E anche l’inciso bravo ed ingenuo sacerdote, usato ironicamente, accresce tale impressione. Risibile anche la funzione di caudatario di Don Braguti, che aveva ricevuto l’incarico di reggere, nei riti più solenni, lo strascico del vescovo, incombenza che nella mentalità di un pubblico laico e liberale, ostile e palesemente anticlericale, appariva come una deplorevole forma di servilismo e di ridondanza del cerimoniale. Pesanti anche gli incisi entro parentesi. Nel primo caso l’inciso dominando gli Austriaci, voleva gettare un’ombra di discredito sull’operato del Braguti in quanto assessore municipale nel corso di una dominazione straniera mal sopportata. Mentre nel secondo caso l’autore deludeva, con una sorta di sberleffo, l’attesa del lettore, che si aspettava di vedere nel sacerdote una vittima della persecuzione degli Austriaci. All’interno di questa descrizione satirica risultava naturale anche deridere il dilettantismo culturale di Don Paolo Braguti. Era sufficiente ricordare la sua adesione alle pastorellerie dell’ Arcadia, che non godevano di gran credito in quel determinato contesto storico. E con l’allusione alla nobiltà, venivano irrise l’estensione territoriale di San Marino e la sua trascurabile importanza nel gioco delle strategie politiche delle altre potenze europee. Nelle righe finali, il Benvenuti riconosce con onestà la validità del Braguti come Ispettore scolastico; ma tenta di screditarlo dipingendolo come un  individuo dall’ambizione smisurata che, pur di mettersi in luce, non disdegna neppure di approfittare, con sfacciata disinvoltura, della estrema dolcezza del Re.

Ma la satira di Matteo nacque soprattutto come vivo segnale di protesta contro la discesa del conte Enrico Martini nell’agone politico. L’autore cremasco era ossessionato da quel suo modo così disinibito di concepire la politica, che si traduceva in innumerevoli cene a base di porco: lussuosi banchetti cui prendevano avidamente parte i suoi più fedeli sostenitori e le possibili nuove leve. A questo proposito interessanti ed esaustive queste parole! “ Alcuni, senza badare a leggi di buona etichetta, rifiutarono l’invito; altri l’accettarono e fra questi, persone che per la prima volta andavano ad ungere il mento nel piatto del signor conte…S’intese lodare parcamente il padrone di casa…ed esuberatamente il porco …protagonista di quel desinare. Applausi ebbe egli pure e non solo applausi ad evidente prova di commozione e amore… gli si regalavano baci…qualche pugno sul dorso…e qualche calcio in quella parte che per decenza non nominiamo … “ A detta dell’autore cremasco, l’aristocratico rivale si serviva di tale pietanza con il fine di acquistare a buon mercato fedeltà e sudditanza, e, come spesso nelle satire del Benvenuti, si poteva riscontrare l’identificazione del maiale con colui che lo offriva . Alla tavola del Martini, all’apparenza così democratica e rispettosa della dignità dei più umili,si riproponevano le stesse divisioni del passato regime con tangibili segni di preferenza per gli ospiti più illustri e per quelli più utili alla causa. Il diverso trattamento veniva evidenziato dal fatto che all’élite veniva offerto un prelibato vino di Marsala o di Madera; mentre agli altri si ovviava con un ben più modesto Cisalpino. La metafora del porco sembra poi coinvolgere lo stesso scrittore che ad un certo punto della Cronaca grigia si sente destinato a fungere da vittima sacrificale alla tavola imbandita di Palazzo Martini. Immagina che i suoi molteplici nemici si rivolgano a lui con l’appellativo di Frate Coccone ( calco dal francese cochon, porco). Si vede addirittura come cibo adatto a placare il loro vorace appetito.

Stilisticamente, le satire del Benvenuti presentano una scrittura frammentaria e poco coesa, il tono oscilla tra l’ironia e la polemica, tra la derisione e l’argomentazione. Simili ironie e polemiche furono anche le carte giocate dall’autore che irrideva e sbeffeggiava un’intera classe sociale, quella liberale, che da una parte si comportava come se il passato regime non fosse mai decaduto. E proprio questo atteggiamento di facciata, ambiguo e di convenienza , spinse la penna di Matteo a una sottile e costante querelle che lo rese personaggio scomodo e figura controversa di un tessuto sociale arroccato nella tradizione e chiuso nella mentalità rurale di un centro di provincia quale quello cremasco. Il linguaggio utilizzato è costantemente basso, ironico, deliziosamente demistificatorio rispetto agli ideali patriottici tanto conclamati nella letteratura ufficiale. Il tratto stilistico più atipico risiede nella costante riduzione dell’aulico al banale e al quotidiano; ed anche nell’utilizzo in chiave comica dello stile alto della poesia, tutto iperbati e inversioni sintattiche.

Questo suo lavoro, a detta della critica, ricordava, per brio e per arguzia, nonché per fluidità di forma ,la poesia del Giusti.

Importanti furono anche gli interessi per la storia e la cronaca locale.  Tali interessi sono testimoniati dall’opera Milano com’era e qual è (17) pubblicata nel 1872, e ancor meglio dal lavoro Usi e costumi (18),  apparso successivamente e complementare al titolo precedente.

Nel libro Milano com’era e qual’è Matteo Benvenuti immaginava di intrattenere un piacevole dialogo con un giovane amico mentre lui, in qualità di suo mentore,voleva descrivere la cara città di Milano nel suo aspetto materiale, presentandola anche nel volgere del tempo e degli eventi. L’autore desidera accompagnare il  giovane interlocutore in un viaggio nel passato,mostrandogli come fossero mutati usi e costumi. Nella prefazione era indicata una sorta di dichiarazione di intento che prevedeva la  piena fermezza nel restare ancorato alla storia,  senza dare giudizi di alcun genere.

L’opera é costituita da venticinque capitoli denominati conversazioni:

Conversazione 1, indice della storia di Milano dall’origine all’estinzione della dinastia viscontea (1447),

Conversazione 2, indice della storia di Milano dalla Repubblica Ambrosiana all’unione di Milano con il Regno Sabaudo ( dal 1447 al 1859),

Conversazione 3, le mura e le porte,

Conversazione 4, in Piazza Duomo,

Conversazione 5, al Palazzo reale e all’Arcivescovado,

Conversazione 6, dal Palazzo arcivescovile al Brolio,

Conversazione 7, a Porta Romana,

Conversazione 8, i Navigli,

Conversazione 9, fra il Naviglio e i Bastioni,

Conversazione 10, in Piazza di Sant’Ambrogio

Conversazione 11, dalla Piazza di Sant’Ambrogio  alla Vetra,

Conversazione 12, dalla Vetra alla Piazza dei Mercati,

Conversazione 13, in Piazza dei Mercati,

Conversazione 14, dalla Piazza dei Mercati alla Chiesa di San Marco,

Conversazione 15, dalla Piazza di San Marco a San Giuseppe,

Conversazione 16, in Piazza della Scala e in Piazza di San Fedele,

Conversazione 17, dalla Piazza della Scala al Ponte di Porta Venezia,

Conversazione 18, dal Ponte di Porta Venezia alla Galleria Vittorio Emanuele,

Conversazione 19, il Carroccio, il Confalone di Sant’Ambrogio,

Conversazione 20, dalle Scuole Cannobbiane alle Scuole Arcimboldi ( dal teatro della Cannobbiana in Piazza  di San Alessandro) ,

Conversazione 21, alla Biblioteca Ambrosiana,

Conversazione 22, in Piazza di San Sepolcro e vicinanze,

Conversazione 23, da Santa Maria Fulcorina al Ponte di Magenta,

Conversazione 24, al Castello,

Conversazione 25, il Rito Ambrosiano.

Insomma in questa opera  Matteo Benvenuti dà  dunque prova di una conoscenza precisa e puntuale della storia e dei costumi meneghini.

Proprio per questa sua attenzione meticolosa al  capoluogo lombardo,venne sempre malvisto a Crema,tanto da essere additato “ straniero “ nella sua terra d’origine. Nessuno gli perdonava il fatto di una intromissione nella vita politica e sociale cremasca,visto  che aveva trascorso una buona parte del suo percorso lavorativo a Milano, rinnegando il suo io più profondo di cremasco a tutti gli effetti.

Con il romanzo Il Duca d’Ossuna (19) , pubblicato dal locale Pio Istituto Tipografico, Benvenuti si confermò scrittore di qualità. Il  libro si qualifica  per una fine analisi delle passioni. Le scene sono descritte con attenzione ai particolari e i contrasti  tra i personaggi descritti risultano ben delineati. Lo stile di scrittura è scorrevole ed  elegante e tutto ciò rende questo romanzo di gradevole lettura. Il libro si apre con la dedica: ”al Nobiluomo conte Apollinaire Rocca-Saporiti marchese della Sforzesca…Cavaliere del sacro militare ordine gerosolimitano …di più ordini cavallereschi …commendatore…grand’ufficiale…gran croce delle arti e delle industrie…della beneficenza propugnatore munificente. Nell’acclamarlo socio d’onore …quest’opera di patria storia ceduta dall’autore a beneficio del Fondo Vedove ed Orfani dei soci tipografi …illustrato da esimio pittore…il pio istituto tipografico riconosce dedica…”

L’opera si struttura in 29 capitoli. Il primo capitolo non è  che una sorta di esordio che permette allo stesso autore di mettersi in rapporto con il lettore, indicando le linee guida della materia trattata. La narrazione viaggia su tre binari paralleli e complementari. Il punto di partenza è la descrizione delle condizioni politico-sociali dello Stato di Milano nel XVII secolo, con la   rottura degli equilibri cittadini nel momento in cui entra in scena il Duca d’Ossuna. Costui é un personaggio ambiguo, l’antieroe per eccellenza; il suo unico scopo é quello di ottenere,attraverso l’inganno e il sotterfugio, il potere nel capoluogo lombardo. Ma nonostante intrighi,creazione di eserciti a pagamento,sommosse e ribellioni,il disegno del duca verrà alla fine disatteso. Il romanzo continua con la storia commovente, della triste vicenda di una fanciulla del popolo, la bella Rosina del Nirone di San Francesco, che, senza comprendere fino in fondo la gravità  degli eventi,si consuma in passioni laceranti e in amori tormentati. Nel descrivere questo personaggio femminile, il Benvenuti dà sfogo ad una liricità capace di emozionare, regalando profondi momenti di malinconia.  Infine, quasi come un gioco ad incastro, all’interno dell’economia della  narrazione,c’è  anche una parte, meno corposa rispetto alle precedenti, dedicata al difficile rapporto tra religione e superstizione. Questa occupa solamente lo spazio di due capitoli, il quattordicesimo nel quale si descrive l’operato del cabalista negromante Antonio Cioffi e il quindicesimo dove viene raccontata la Festa religiosa nel monastero di San Filippo. Nel 19° capitolo di questo romanzo si trova poi, una digressione in cui l’autore, abbandonando la materia principe, si lascia andare ad una serie di riflessioni sulla satira e le sue conseguenze.

Due anni dopo, svolgendo un tema proposto dalla Società Pedagogica di Milano dal titolo Da Milano a Venezia, Benvenuti  pubblicò una guida storica che  testimonia  grande preparazione ed erudizione, nonché un  sano criterio di valutazione.  Anche quest’opera fu pubblicata dall’Istituto Tipografico milanese,che già nell’Assemblea del 21 novembre del 1875 lo aveva acclamato Socio d’onore.

Nella produzione dell’autore cremasco compare poi un corposo saggio dedicato a Francesco Petrarca in relazione ad una sua visita nella città di Milano. Questo scritto venne letto dallo stesso Benvenuti dinanzi  alla Società di Archeologia e Belle Arti durante la seduta  del 7 luglio 1864.

Veniamo a Fra Giocondo,scrittore satirico. Con i suoi scritti  riuscì  a dividere in due fazioni l’opinione pubblica.  Fu  tanto odiato quanto amato.  Per i suoi detrattori era un  irriverente giullare di corte a causa della  satira pungente che dissacrava il potere, laico o religioso che fosse, per quanti invece rimasero affascinati dalla sua arte egli incarnava  quel fine ed arguto scrittore che prendeva vita dai suoi romanzi e dalle sue opere più impegnate.  Forse queste due anime così lontane l’una dall’altra non erano  che il segno  di una versatilità capace  di  dominare con facilità sia la materia più alta che quella più giocosa. Lo scrittore sembra comunque rappresentare  in  pieno l’essenza di quel piccolo mondo rurale in cui era nato ed aveva vissuto la sua infanzia. La critica lo riporta a una pianura senza particolari asperità… a un luogo in cui tutto durava il ritmo di una passeggiata. Il Benvenuti aveva dunque respirato un’aria particolare che si traduceva in un’alchimia di paesaggi, capace di porre in sintonia l’uomo e l’ambiente. Era proprio in questo contesto di armonie che si alimentava il carattere della gente cremasca, la quale trovava lo stimolo giusto per muoversi in mezzo ai molteplici eventi storici senza però correre il rischio di rimetterci in dignità. Il cremasco era perciò ossequiente  nei confronti delle autorità, ma si guardava bene dal  cadere nel tranello del servilismo. La mentalità del cremasco sviluppava il senso dell’arguzia, un’arguzia che però non si spingeva mai fino alla  satira velenosa;tutto diventava una sorta di penetrazione acuta in una intuizione immediata e in un rapido confronto. Naturalmente lo humor esigeva una rispondenza di espressione sintetica,  in cui si riversava la millenaria saggezza del proverbio e del motto di spirito,componente anche della sostanza   succinta e sdegnosa del dialetto. La piccola sentenza diventava così paradigma dei sentimenti e delle vicende più dure della vita quotidiana. Ma in fondo all’animo del cremasco esisteva anche un luogo appartato dove rifugiarsi per ricostruire la vita interiore, ogni volta che questa veniva investita dalle avversità. Questo tipo di uomo era il contrario del piagnone, perché  dotato del raro dono di esprimere la malinconia attraverso l’ironia. E in questo modo quel tanto di elegiaco e di crepuscolare veniva evitato grazie al piglio agile dell’umorismo, che dissimulava l’ amarezza tra le fessure del sorriso.

La vita a Crema nel secolo XIX poteva apparire  semplice e senza pretese : si potevano cogliere  riti di ben dosate degustazioni nelle osterie,di salutari merende garantite dalla genuinità dei cibi. Ma anche a Crema questa idilliaca apparenza celava forti conflitti sociali tra i deboli e i potenti.

Nei versi di Matteo Benvenuti, soprattutto nelle satire e nelle sentenze espresse all’interno della sua Cronaca grigia, si poteva  leggere la denuncia di un aristocratico che,toccando con mano la falsità e l’ipocrisia di alcuni aspetti di quel suo mondo ovattato, era  divenuto il paladino sincero della gente semplice e concreta,  anziani che per campare intrecciavano vimini,  donne che filavano o rammendavano,  uomini  che restauravano i loro strumenti affinchè il  lavoro potesse essere sempre garantito (20).  Secondo la critica  il segreto del successo  di Fra Giocondo non dipese tanto  dal taglio dei suoi scritti o da quel linguaggio così colorito, ma fu piuttosto dovuto ad una scelta di vita…quella di schierarsi apertamente a favore degli umili. In effetti  Matteo mise  a disposizione di questa sua battaglia  tutto il suo sapere ,la sua ironia e il suo inchiostro senza esitazioni verso il potente di turno, dal politico corrotto che inseguiva una poltrona sicura,all’ecclesiastico arrivista che, pur di far carriera, aveva deposto il suo breviario nel cassetto.

Fin dalle  prime satire Matteo Benvenuti fu dalla critica accostato al poeta toscano Giuseppe Giusti.  Già da un punto di vista biografico i due autori presentano  diverse analogie.  Entrambi nascevano da famiglie aristocratiche e si dedicarono allo studio di materie giuridiche. Ma secondo la critica  dal punto di vista caratteriale potevano considerarsi agli antipodi:  se il Benvenuti incarnava l’uomo spavaldo e sprezzante del pericolo, che provava godimento nell’essere detestato da quanti si scontravano con la sua penna, il Giusti rappresentava piuttosto l’uomo fragile ed insicuro, che fin dalla tenera età aveva dovuto mal sopportare un’astiosa conflittualità con il padre e cercare conforto nella madre. E la natura di questo rapporto così differente con i genitori segnò l’indole e la formazione del poeta toscano, nel quale l’elemento malinconico appare  costantemente presente accanto a quello più giocoso. Ma  l’accostamento di questi due letterati non è legittimo solo sul piano biografico. Stilisticamente e linguisticamente sia il Benvenuti che il Giusti avevano dato ai loro componimenti brio e vitalità,avvalendosi anche dell’utilizzo del dialetto locale, che, mischiandosi alla istituzionalità dell’ italiano, rendeva ancora più efficaci le loro denunce nei confronti della società. Divennero così acuti osservatori della realtà che li circondava, anche se con finalità differenti. Fra Giocondo, più aspramente, faceva della sua ironia un’arma affilata per colpire e ferire la vittima designata, mentre la satira dell’autore toscano aveva una natura più pacata, intrisa di concretezza e buon senso.

Per quanto riguarda la costruzione dei personaggi (21), sembrerebbe che al Giusti mancasse l’interesse per dar vita a veri personaggi, sostituiti talora da figurine di tenue spessore. Si pensi alla figura dell’arrivista descritto nell’opera Gingillino, datata fine 1844-primavera 1845, o ancora al becero protagonista dello scritto La vestizione.  Al contrario Fra Giocondo offrirebbe nella sua Cronaca grigia una colorita galleria di soggetti meglio definiti, in grado di far percepire a pelle il volto della comicità e della tragedia umana, in un mondo  sempre in bilico tra il vizio e la virtù,  con i potenti  lanciati  in un confronto perdente con la schiettezza e la genuinità della gente comune.

Un’ altra convergenza tematica tra il Benvenuti e il Giusti fu la  loro comune insofferenza per l’arroganza e l’amoralità del potere temporale e del potere spirituale. Ciò non significa che i due letterati fossero degli anarchici o degli anticlericali; al contrario entrambi potevano vantare un forte senso civico e un forte senso di appartenenza alla Chiesa, intesa come intima partecipazione al volere più profondo di Dio. La loro ribellione era diretta contro tutte quelle persone che, per interesse personale o per questioni di carriera e di prestigio, offendevano in modo palese queste due istituzioni. Per Giusti le incomprensioni con la chiesa iniziarono in tenera età quando la sua istruzione fu affidata ad un sacerdote da lui stesso denominato “ottuso domatore”. Più avanti ci fu l’episodio legato alla lirica L’incoronazione, un’opera che per i contenuti aveva suscitato l’ira furiosa dell’abate Pietro Contrucci.  Così, a Crema,  il Benvenuti non risparmiava invettive ed attacchi sarcastici contro il “clericume”, che a suo dire aveva le tasche “meno stitiche” di quanto andasse predicando. Celebri restarono gli innumerevoli attacchi a Don Braguti , reo di appartenere a quella casta che,abbracciando il potente di turno,ingrassava a vista d’occhio sulle viscere dei bisognosi.

Un’ultima,ma non meno importante considerazione riguarda  il  rapporto con la politica. Entrambi gli scrittori  dimostrarono   una forte autonomia dai diktat del tempo. Matteo Benvenuti , nonostante avesse indossato i panni di Fra Giocondo e avesse, nella sua esperienza di giornalista sui generis, spesso accostato la politica, si tenne sempre lontano dall’ambizione di entrare nei sottili meccanismi dei Palazzi del potere. Al contrario, il poeta toscano,negli ultimi anni di vita, provò sulla sua pelle l’ambiguità e l’ipocrisia di questo mondo, presentandosi alle elezioni dell’Assemblea Legislativa della Toscana.  Al politico Giusti non andavano a genio personaggi come Guerrazzi (proprietario di un giornale)  e il  ministro livornese Giuseppe Montanelli, odiato per i suoi atteggiamenti da rozzo gladiatore e per il suo democratismo ad ogni costo. In questo periodo di violentissime dispute combattute a mezzo stampa,la creatività dell’autore toscano andò producendo una serie di versi polemici e taglienti contro tutto quel sistema corrotto ed ipocrita:  nel 1848 scrisse il Deputato e Io per l’Italia  , due liriche  in cui, con toni vibranti e appassionati,faceva il verso a quei politici che si dichiaravano pronti a ricostruire la patria e, se necessario,a morire per essa…anche se in realtà il loro unico intento era quello di sopravvivere a tutto e a tutti.

Sia il Benvenuti che il Giusti avevano sperimentato, per un breve periodo,anche una liricità più impegnata e sentimentale. Come si è detto, lo scrittore cremasco, prima di approdare alla Cronaca grigia aveva composto e presentato al suo pubblico una serie di romanzi nei quali , con maestria e ben lontano da quell’ironia che tante volte,  strizzava l’occhio al sarcasmo più crudo, non solo dava saggio di una puntuale ed accurata ricostruzione storica, ma offriva anche un interessante gioco di emozioni e di passioni. E così il poeta toscano,che , negli ultimi anni , compose versi pacati e commossi , La fiducia in Dio e Affetto di una madre , come se volesse chiedere scusa al suo lettore per le intemperanze precedenti.

 

di Marcello Caccialanza

 

 

1 Sforza Benvenuti Francesco, Dizionario biografico cremasco, Crema, 1888

2 Fino Alemanio, Scielta degli Huomini di pregio usciti da Crema dal principio della Città fin’a tempi nostri,Brescia,1581

3 Cicogna Emanuele Antonio, Iscrizioni Venete,Venezia,1838. Si consulti il volume II,pagina 225

4 Fino Alemanio, Storia di Crema,Venezia,1566. Si consulti il libro X.  Oltre alla prima edizione del 1566,ne esiste una seconda sempre veneziana,datata 1571, nella qualle vennero aggiunti i libri VIII e IX.

5 Sansovino Francesco, Ritratto delle più illustri città d’Italia,Venezia,1575

6 Fino Alemanio , Storia di Crema, Libro II, carta 47

7 Fino Alemanio, Storia di Crema, Libro II

8 Perolini Mario, Vicende degli edifici monumentali e storici di Crema, Crema,luglio 1975

9 Mazzuchelli Gian Maria, Degli scrittori italiani,cioè notizie storiche e critiche intorno alle vite e agli scritti di letterati italiani,Brescia,1753-1763. L’opera del Mazzucchelli si struttura in due tomi:  t. 1 ( 2 voll.) e  t. 2 ( 4 voll.)

10 Sforza Benvenuti Francesco, Storia di Crema,Milano,1859

11 Nuova Antologia, settembre 1885. Si consulti il volume LIII,fascicolo XVIII

12 Quasi tutti gli scritti di Bice Benvenuti  vennero raccolti dopo la sua morte in un elegante volume…Fantasia e Realtà: novelle, saggi storici e artistici, scene famigliari, Milano, 1886

13 Per un più completo studio e approfondimento della figura e della personalità di Matteo Benvenuti si veda il Dizionario biografico degli scrittori contemporanei, diretto da Angelo De- Gubernatis,  Firenze, 1879. Si consulti il volume II, pagina 1110.

14 Bravetta,  Milano,1841

15  Pozzoli,  Milano, 1857

16 Bernardoni, Milano, 1867

17 Lombardi, Milano, 1871

18 Agnelli, Milano, 1873

19 Regia Stamperia, Milano,1875

20 Gruppo Antropologico cremasco, Crema: analisi di una società semplice. Nel centenario di Mons. Francesco Piantelli, Crema ,1991

21 Storia generale della Letteratura italiana, a cura di Nino Borsellino e Walter Pedullà, Milano, 2004. Si consulti il volume VIII e si veda il contributo di Giuliana Nuvoli, Giuseppe Giusti e la poesia satirica del primo Ottocento

0 0 1699 05 settembre, 2011 Letteratura settembre 5, 2011

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