EXPO e poi..?
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EXPO e poi..?

Siamo giunti a quasi una settimana dalla fine dell’Expo salvo prolungamento da attribuire all’inatteso trionfo intorno al tema “Nutrire il Pianeta” ma già l’Italia sorride per l’auspicato successo.

Se occorre riconoscere che in effetti l’Expo ha oramai oltrepassato ogni legittima previsione in termini di visite, rimane tuttavia vero che pochi paesi presenti hanno pienamente aderito allo spirito che l’evento sin dall’inizio si proponeva di veicolare. Ciononostante, trascorrere una giornata intera all’Expo non sarebbe sufficiente per una visita completa e bastevolmente istruttiva. Andarci due o tre volte non offrirà certamente il piacere di passare dappertutto e approfittare di tutte le attrazioni dell’Expo Village o che vi gravitano attorno.

L’astuzia sarebbe di informarsi sui padiglioni più frequentati e metterli in priorità sul proprio agenda. A EXPO 2015, ce n’è per tutti i gusti e la possibilità di rimanere esterrefatti è costante tanto per i paesi che non ci si aspettava di conoscere in un certo modo quanto per l’interpretazione a volte singolare che gli uni e gli altri hanno palesato e sopratutto per il modo di coinvolgere il visitatore con una partecipazione interattiva e l’orientamento verso delle soluzioni così come suggerito dal tema generico.

L’accesso a l’Expo è una lusinghiera tortura che solo l’attesa delle sorprese che ci riservano i padiglioni riesce ad attutire. È stato il caso sopratutto nelle torride giornate estive in cui nessuno come adesso si poteva sottrarre ai controlli del “metal detector” come lo impongono le formalità doganali all’ingresso ed all’uscita di un paese. L’Expo Village est un continente a sé, il paese dei paesi. Fortunatamente, gli organizzatori hanno pensato ad uno stratagemma per dall’ingresso e a seguire in più tappe del percorso collocare dei dispositivi atti a spruzzare dell’acqua sui passanti permettendogli di rinfrescarsi senza essere infastiditi dal getto assolutamente non invasivo…

Se il capannone Technogym saldamente al suo posto all’ingresso con generosa offerta di consigli per lo sport corredati da articoli che possono far rientrare la necessaria dose di movimento salutare nel nostro quotidiano non interessa, una buona scelta è sempre quella di cominciare dal padiglione zero che rappresenta l’idea giusta che ci si sarebbe aspettati di veder troneggiare all’Expo…

I motivi per visitarlo sono: sapere, condividere e commuoversi di fronte ad un percorso che raconta la memoria dell’Umanità attraverso simboli e mitologie. Ciò include diverse fasi dell’evoluzione del rapporto dell’uomo con la natura. È notevolmente rilevante come l’Uomo ha addomesticato piante e animali unendoli all’invenzione di strumenti di lavoro e tecniche di conservazione per la sua evoluzione prima di imbattersi nella forte contraddizione dell’alimentazione contemporanea.

Senza volerlo far apposta, il visitatore può sforzarsi di ignorarlo ma le code davanti i padiglioni, fieri e pregnanti indicatori dei più trafficati lo riporteranno non appena l’ingresso superato al padiglione dell’Angola che conferma bene l’importanza di avere la lettera A all’inizio di ogni alfabeto. A come Africa, l’Angola da sola se ne fa carico e pienamente. Dà il la con un look altamente tecnologico sulla struttura a forma di baobab piazzata al centro del villaggio dove l’orientamento femminista non passa inosservato man mano che proseguendo in coda il visitatore familiarizza con gli elementi video ad uso personalizzato collocati nella parete esterna. Questa si lascerà sostituire una volta entrati dal tronco del baobab sul quale scorrono verticalmente dall’alto verso il basso le testimonianze di donne e del dinamismo che incutono allo sviluppo del loro paese, partendo dall’agricoltura. Sarebbe errato aspettarsi una esibizione di donne provenienti da villaggi o ambienti diseredati. L’Angola ci tiene a provare che l’educazione e l’innovazione quando si fanno gli affari dell’agricoltura producono opportunità per tutta la nazione.

Il punto forte del Brasile all’EXPO è una rete interattiva che connette i tre livelli del padiglione. Camminando quasi senza equilibrio sulla rete dove istruzioni per l’uso vengono date all’inizio della camminata, i visitatori interagiscono con l’ambiente circostante: dei sensori rilevano i movimenti trasferendo gli influssi che modificano il suono e la luce nell’ambiente.

La visita prosegue su uno spazio aperto (green gallery) allestito ad orto e disposto su tavolette interattive che offrono giochi ed informazioni sulle etnie dell’immenso paese emergente.

È l’impero del calore, regno di autentici miracoli come l’Acerola che contiene 80 volte più vitamina C di quanta ne contenga l’Arancia o l’Açai la cui virtù principale è di usare antiossidanti naturali per distruggere cellule cancerogene. Una rampa conduce al primo piano dove una proiezione guida i visitatori. Al secondo piano, una nuova proiezione su schermo gigante e trasparente presenta un video attivato grazie ai sensori di prossimità.

Finora siamo piuttosto nel gioco di fusione tra meraviglie della tecnologia alla conoscenza della natura e le specificità agricole. È la Corea a riportarci dall’ingresso del suo molto interessante padiglione alla realtà di poveri mortali costretti ad affrontare le penurie alimentari ed il cui primo peccato è lo spreco che noi siamo. Tutto riposa sulla tripartita fermentazione, equilibrio e conservazione. Il programma “How to Eat” con immagini suggestive e surreali di bambini affamati è preceduto all’ingresso da un infelice monumento di scatole metalliche da cui proviene ciò che mangiamo. Violano letteralmente la nostra coscienza ricordandoci il male che ci facciamo issando la repubblica asiatica tra quelli che meglio hanno usato l’innovazione orientandola verso una alimentazione utile. Il concetto Seamoul parla di questa evoluzione sul tempo delle nostre abitudini alimentari…

Altro successo nella tematica dell’EXPO è il malessere che vi coglie calandovi direttamente nel quadro naturale del clima e della vegetazione tropicale del paese sunto del Sud-Est Asiatico: La Malesia.

Ai visitatori vengono consegnati i segreti dell’olio di palma che soffre della tendenza a volerlo utilizzare come biocarburante benché sia la maggior fonte naturale di beta carotene, prodotto dalle grandi virtù nell’alimentazione umana. Altra illustrazione non direttamente legata all’alimentazione ma alla biodiversità è la storia del caucciù che si vede scorrere come farebbero le gocce d’acqua da un rubinetto otturato, ad una ad una mentre uno schermo offre lungo suggestivi percorsi in foresta la verosimile idea della fauna che vi abita, una specie dopo l’altra nel loro gestuale naturale.

Dal lato dell’Africa, la novità per l’Uganda è di aver messo in evidenza i leoni arrampicatori, cossa piuttosto rara, il tutto accompagnato dalla musica di Edy Kenzo. L’artista in un video suggestivo con cui gli Africani hanno molto familiarizzato questi due anni, mette in scena come ballerini dei bambini di strada  impegnati ingenuamente a dare spettacolo lungo le arterie  di una capannopoli.

Qui comincia il percorso del caffè che unisce Burundi, Kenya, e sopratutto Ethiopia terra di provenienza del prodotto che sorprendentemente oggigiorno rende celebri sopratutto paesi extraafricani.

Una citazione del presidente Keniota Uhuru Kenyatta e la rappresentazione naturale di un villaggio Habesha che offre oltre al piatto nazionale etiope lo zighinì l’opportunità di mischiarsi a locali e visitatori per un autentico e inimitabile momento caffè tradizionale rinforzano il potere di aggregazione della bevanda energetica da consumare con moderazione che scandisce le nostre giornate.

Acqua, Cibo, Clima, Biodiversità… Entrando in un labirintico giardino che riproduce 3 paesaggi agricoli della Francia, si approda su un’ampia grotta che fa dell’esposizione del paese transalpino una specie di atipico percorso iniziatico. Sotto una cappa interamente ricoperta di vegetazione, di prodotti tipici francesi e di utensili da cucina sospesi, sono messi in evidenza le “soluzioni per produrre di più e meglio.” I golosi apprezzeranno sicuramente che sia uno dei rari padiglioni in cui viene servito gratuitamente da mangiare come i succulenti desserts francesi.

L’idea di consorzio è comprensibile sopratutto per vivificare la sinergia che esiste tra paesi che coltivano gli stessi prodotti e ricordare una volta tanto che spesso sotto diverse latitudini, l’umano si alimenta allo stesso modo. Ciò testimonia anche delle migrazioni umane che hanno cambiato biotopi e operatone altri per apposita scelta di gruppi dominanti. Il “Cocoa-Cluster” costituito da Camerun, Costa D’Avorio, Gabon, Cuba, Ghana e São Tomé&Principe ha tuttavia sminuito le possibilità per questi paesi di esprimersi o presentare una agricoltura comunque dinamica che nutre 70% delle popolazioni locali ed ha tanto da sfruttare o esplorare che non si esclude che sia fonte di soluzioni per tutto il pianeta.

Il lato positivo di questi paesi è che abbiano tratto vantaggio della vetrina dell’Expo per promuovere il turismo all’immagine del Camerun che vanta l’unica cascata naturale d’acqua dolce al mondo a finire direttamente nel ventre dell’oceano. La Costa D’Avorio ha puntato su una camminata nelle piantagioni di cacao di cui è primo produttore nel pianeta, e sulla fabbricazione del cioccolato, anche se il processo consegna piuttosto all’immaginario collettivo la leadership di Belgio e Svizzera nel settore.

È per me l’occasione di riallacciarmi alle mie radici camerunesi, far parlare la mia gioia di vivere, la scioltezza nell’uso delle lingue e la propensione a ballare quando ad esempio sento la musica Bikutsi. Il suo invitante richiamo mi ha fatto improvvisare dei passi, prima ancora di far notare ai responsabili della cabina di Expo che tutti i prodotti esposti dal Camerun hanno posto nel mio quotidiano. È il caso del “chococrok”, irrinunciabile barretta di cacao e arachidi nella mia borsa a tracolla come merendina energetica. Ne consegue la seduta foto dove fatico a spiegare ai visitatori che l’attrattiva non siamo la mia dolce metà ed io ma hanno tutti voglia di confessarmi di aver non solo frequentato dei Camerunesi nei loro lontani paesi ma ammirato la squadra di calcio del leggendario Roger Milla. São Tomé&Principe fanno la differenza con ciò che definiscono la Missione Possibile: confetture di ogni genere, per i nostri spuntini. Il vantaggio qui è la garanzia del bio.

Una valigia di 5×4 metri, è il modo per l’artista catalano Antoni Miralda di invitarci al viaggio nel padiglione della Spagna. Il portico superato, 20 valigie proiettano altrettante proposte visive, ciascun delle quali si riallaccia ad un alimento. L’artista Miralda ci costringe ad un quiz sull’alimentazione mettendoci di fronte a dubbi e ignoranza su ciò che mangiamo.

Dopo aver visitato il padiglione della Germania è possibile che ci scappi un commento come “questo è il massimo”. Pare che nessuno come i Tedeschi abbia rivolto il servizio alla conoscenza delle sfide basiche imposte da ciò che consumiamo e ciò che possiamo fare per migliorarlo rimanendo naturali.

Le due ore e mezza di coda per accedervi ne valevano la pena. Dall’accoglienza del visitatore, il quale da sùbito viene messo nella posizione di protagonista alla sua edificazione, senza dimenticare il divertimento che certamente fa segnare dei punti nell’approccio didattico mai noioso, la Germania non ha lesinato su alcun dettaglio.

Dal processo che trasforma la natura in cibo, dall’acqua all’’utilizzo della biodiversità, la Germania ci fa viaggiare in un giardino di idee denominato “Fields Of Idea” con a mò di compagna un’ape, insetto vettore di fecondazione naturale senza il quale le nostre vite si fermerebbero da qui a qualche anno…

In questo spazio giardino di idee, ogni visitatore può interagire con il materiale esposto per ottenere ulteriori informazioni multimediali. Per questo appello alla consapevolezza, sono state scelte delle persone comuni che danno del proprio tempo come ambasciatori dell’alimentazione e dell’utilizzo responsabile dell’ambiente.

All’ingresso ci viene consegnato un piccolo depliant ma presto all’interno ci rendiamo conto che si tratta di un oggetto magico che sotto la luce ad ogni stazione ci alimenta con una infinità di informazioni video nella lingua di nostro gradimento tra quelle a scelta. Lo stesso ci fa viaggiare alla conoscenza dell’agricoltura per l’alimentazione del pianeta, secondo i visionari Tedeschi che hanno come frutto preferito il pomo, di cui si contano 950 varietà. In Germania ci sono due stagioni di raccolta per il grano e ogni uovo viene numerato in funzione dell’allevamento. Finora nel 2015, il paese ne ha prodotto oltre 11 miliardi segnati a seconda che provengano da un sito 1. in aria, 2. al suolo, o 3. da una batteria. Per loro, i paesi ricchi devono produrre e consumare più responsabile. È straziante constatare che per una logica puramente mercantile, un prodotto su 8 va nella pattumiera. Ciò equivale a 1,3 miliardi di tonnellate all’anno per la sola Germania dove pochi sanno che si producono circa 3200 tipi di pane, altro prodotto sorprendentemente in pericolo.

Delizioso tocco finale è lo show “be(e)active”: i visitatori possono sperimentare un volo sopra la Germania (mediante 300 schermi che proiettano dei paesaggi della Nazione teutonico) vista dalla prospettiva di due api in volo il cui movimento viene prodotto in modo ritmato da un direttore d’orchestra. Il visitatore è anche chiamato a partecipare ad un sunto dell’idea della Germania per l’Expo con uno show realizzato da due animatori in stile commedia musicale live.

L’allusione all’ape lungo tutto il percorso è il pezzo forte d’un allarme sull’alimentazione che ha rigirato contro l’Uomo i suoi stessi rimedi. L’uso abusivo che noi facciamo di pesticidi ha drasticamente sminuito questa popolazione di insetti essenziali per la biodiversità ed il nostro equilibrio poiché termometro della nostra alimentazione. Hanno inoltre un valore economico certo e provato. Se le api dovessero scomparire, al danno naturale si aggiungerebbe quello economico poiché avremmo bisogno di spendere oltre ai 10 miliardi di euro l’anno nel mondo per fecondare noi stessi i vegetali alla base della nostra alimentazione e quindi la capacità di progresso o di miglioramento sarebbe ridotta, con conseguenze disastrose anche sulla popolazione umana. Tanto ci costerebbe l’incapacità di impollinazione delle piante.

Il Kuwait ha dal suo canto segmentato il suo padiglione con una logica climatica sommata a quella del paesaggio umano. La prima sezione del percorso nel padiglione di un altro dei paesi che hanno utilizzato la tecnologia in maniera abbondante e sensazionale, illustra le caratteristiche del territorio e del clima; la seconda sezione indica come la ricerca scientifica ha permesso di creare un habitat ospitale e fertile

È la città dell’acqua, la chiave della sopravvivenza di 40% delle Università. la terza sezione permette ai visitatori di tuffarsi personalmente nella cultura kuwaitiana dove le cortesi hostess non disdegnano incitare ognuno ad autorizzarsi un momento di relax su un tappeto lussuoso e prezioso.

Ogni Padiglione è un viaggio nella cultura, nei profumi, nei colori, nella storia, nelle tradizioni e nell’identità di un popolo. Da promuovere, le Stazioni distributrice d’acqua minatale liscia e effervescente, idea di un ditta di Sesto San Giovanni. All’interno, i diversi Paesi hanno organizzato attrazioni, spettacoli, architettura, design, percorsi gastronomici dove essenze, natura, fantasia e scienza si sposano in un singolare insieme per un evento sbalorditivo. L’Expo sta ancora raccontando il mondo, forse un po’ meno la sua alimentazione e se ci si vuole soffermare sul tema fondamentale, conviene correre al padiglione Slow Food dove i ragazzi di Terra Madre rappresentano quelli che ogni giorno nel mondo lavorano e lottano per difendere il pianeta e le nostre risorse. Fatelo prima che l’evento iridato chiuda i battenti a fine Mese.

0 0 304 22 ottobre, 2015 Cultura, Mostre ottobre 22, 2015

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